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venerdì 2 novembre 2012

La recensione del libro di Meucci: “Storia illustrata di Pisa al mare”

Tirrenia compie ottant’anni. Se il 21 settembre 1932 la vaporiera che collegava Pisa e Marina veniva sostituita con una nuova linea ferroviaria elettrica Pisa – Marina – Mezzapiaggia (successivamente ribattezzata Tirrenia), esattamente il 3 novembre dello stesso anno Vittorio Emanuele III nella villa reale di San Rossore firmava il Regio Decreto che istituiva l'Ente autonomo Tirrenia. Come previsto già dal decreto istitutivo l'ente rimarrà in vita per cinquant'anni esatti e si occuperà  “di apprestare un piano regolatore della zona e curarne l'attuazione mediante la cessione di aree” da edificare in una superficie di circa 1.800 ettari, dal fosso Calambrone alla via della Bigattiera. Ma il 2012 è stato un anno ricco di anniversari per le località del litorale pisano: le ottanta candeline per il compleanno di Tirrenia vanno ad aggiungersi alle centoquaranta per la ricorrenza del primo piano regolatore di Marina di Pisa, alle centoventi per quella dell'inaugurazione del trammino Pisa Marina e alle ottanta per l'anniversario dell'inaugurazione della prima colonia estiva sull'arenile di Calambrone.
Una storia, quella dell'urbanizzazione del litorale pisano, che il nuovo libro di Giuseppe Meucci Storia illustrata di Pisa al mare, Marina, Tirrenia, Calambrone pubblicato da Pacini editore  descrive e ripercorre molto bene  a partire dai grandi volani di sviluppo: le attività balneari, la fabbrica che trasformerà Marina da località di villeggiatura d'elites della Belle Epoque a città operaia, gli stabilimenti cinematografici a Tirrenia, le colonie estive di Calambrone (vedi la cronologia con i principali dati tratti dal libro di Meucci). Una storia relativamente recente: un secolo e mezzo che incidentalmente inizia proprio con l'unificazione italiana e più precisamente con il passaggio della tenuta di San Rossore dai Lorena ai Savoia che fecero trasferire sulla riva opposta dell'Arno le attività balneari dei Ceccherini (ovvero una piccola pensione, un punto di ristoro, pochi spogliatoi e qualche tenda per ripararsi dal sole) sorte negli anni Trenta dell'Ottocento sulla spiaggia della tenuta.
Una storia densa di eventi e di personaggi di rilevanza nazionale dal re Vittorio Emanuele II a Gabriele D'Annunzio, da Giovacchino Forzano e lo stesso Mussolini a Carlo Ponti e Sofia Loren. Sarà proprio Mussolini, che - come sottolinea Meucci - “vedeva nel cinema un formidabile strumento di propaganda e di controllo delle emozioni popolari”, a incoraggiare la nascita degli studi cinematografici a Tirrenia che rappresenterà uno dei primi atti della fondazione della nuova località del litorale pisano. Marina di Pisa, tra lo sviluppo della nuova fabbrica CMASA e l'erosione della spiaggia, era “ormai una nobile decaduta ma – precisa Meucci - nella pineta di Mezzapiaggia, rinominata Tirrenia il grande arenile c'è sempre, intatto, orlato da una corona di dune sulle quali crescono i pini, le tamerici, fioriscono le ginestre”. Così sia i pisani che i livornesi fecero a gara ad allungare gli occhi “su quel paradiso terrestre ancora intatto”. Da una parte il ras pisano Guido Buffarini Guidi, podestà di Pisa e segretario federale del partito (dal 1933 sottosegretario agli Interni), dall'altra il livornese Costanzo Ciano, ministro delle poste (dal 1934 presidente della Camera) e consuocero di Mussolini.
“Si dice – afferma sempre Meucci nel suo libro - che gli attriti fra i due gerarchi, provocati dalla voglia di mettere le mani per primi sulla spiaggia e sulla pineta di Tombolo, creassero non pochi problemi a Mussolini che, tirato per la giacca da una parte e dall'altra, alla fine prese una decisione salomonica. Né Pisa, né Livorno”. La scelta fu quella di istituire un terzo soggetto, l'Ente autonomo di Tirrenia, retto da un consiglio di amministrazione composto da cinque membri, due nominati dal podestà di Pisa, due da quello dì Livorno, e uno, il presidente, designato dal ministero dell'Interno. Un ente che, pur lasciando il territorio di Tirrenia e Calambrone all'interno dei confini del Comune di Pisa, avrebbe gestito direttamente lo sviluppo urbanistico della  macchia di Tombolo, compresa anche la promozione e la disciplina delle stesse iniziative private. A partire proprio dall'assegnazione a Giovacchino Forzano di quel vasto appezzamento di terreno sul quale sarebbe sorto il grande centro cinematografico di Tirrenia. E quella volta, almeno nella scelta del nome, si riuscì a compiere una sintesi tra le due città rivali: la Società cinematografica immobiliare che sarebbe nata di lì a poco sarà chiamata Pisorno.   

mercoledì 31 ottobre 2012

Milioni di Milioni Da oggi in libreria il nuovo giallo di Malvaldi.

"La scienza trova la verità, la letteratura aiuta a sopportarla". Scienza e letteratura sono le due facce inscindibili del sapere umano. O almeno dovrebbero esserlo. Se a difettare è la realtà italiana, non lo è affatto la fiction dello scrittore pisano Marco Malvaldi che pone il tema proprio al centro del suo nuovo romanzo giallo Milioni di milioni pubblicato da Sellerio. In uscita oggi sugli scaffali delle librerie in tutta Italia, il nuovo giallo sarà presentato in prima nazionale a Torino alle 19.00 presso il Cinema centrale (via Carlo Alberto 27) in collaborazione con la libreria Therese.
Il tema del romanzo, in cui la verità, tanto nella ricerca scientifica quanto nella soluzione del giallo, si disvela attraverso la sinergia tra i due protagonisti, una letterata e uno scienziato, è ispirato da un'idea della moglie dello scrittore Samantha ed emerge anche esplicitamente dalla riflessione e dalle parole di Margherita Castelli, la protagonista-letterata presentata come una "ricercatrice di filologia romanza della Scuola Normale di Pisa".
Teatro del romanzo questa volta non sarà più il BarLume nell'immaginaria località di Pineta (sul litorale pisano) e i suoi vecchietti ma Montesodi Marittimo, un paesino altrettanto immaginario dell'entroterra toscano, collocabile idealmente tra Massa Marittima e Monteverdi Marittimo, dove il numero degli abitanti (ottocentododici), che da secoli si accoppiano tra loro, è minore "rispetto al numero di galline (millesettecentoventisei) regolarmente censite in paese". La presenza della filologa sarà finalizzata a "ricostruire la discendenza e l'albero genealogico di tutto il paese a partire dall'analisi degli archivi parrocchiali" nell'ambito di un progetto che intende attribuire con certezza la provenienza del patrimonio genetico degli abitanti di un paese dove il proverbio più popolare sembra essere "le corna e chi se la piglia sono la pace della famiglia" e dove la metà della popolazione ha come secondo patronimico il nome Palla, eredità del marchese Filopanti Palla pentitosi in punto di morte di aver lasciato molti bambini senza un nome legittimo. La ricerca si trasformerà in un lavoro d'equipe insieme all'altro protagonista del romanzo, lo scienziato, Piergiorgio Pazzi, fisiologo del Dipartimento di Endocrinologia dell'Università di Pisa responsabile della parte biomedica di un progetto relativo a un paese, quale è Montesodi, che ha anche la particolarità di essere considerato "il paese più forte d’Europa". L'obiettivo della ricerca sarà anche quello di capire se le ragioni di tale forza fisica risiedano in un'anomalia genetica del Dna della popolazione.
Nella prima settimana i due ricercatori osserveranno un mondo fatto di consuetudini dominato da due gruppi familiari: il sindaco Armando Benvenuti con la moglie Viola e la ex maestra Annamaria Zerbi Palla, anziana vedova, presso la cui abitazione alloggia Piergiorgio. Un mondo in cui Piergiorgio e Margherita non troveranno nulla di cui meravigliarsi, tranne la forza fisica delle persone di Montesodi (non "la gente" sottolinea il sindaco di Montesodi volendo così prendere le distanze dal lessico politico più comune: "La gente è indifferente, le persone interagiscono. Finché uno riesce a pensare agli altri come persone, a vederle come persone riesce a non rimanere indifferente")
La svolta avviene la notte in cui il paese rimane bloccato da una tempesta di neve. Al risveglio, la mattina dopo, Piergiorgio trova la padrona di casa, la signora Annamaria, seduta sulla sua poltrona priva di vita. Ma quando il medico del paese pensa di attribuire la morte a cause naturali, il fisiologo fa notare i segni di soffocamento. Si tratta di un omicidio che esclude già in partenza la fuga dal paese dell'assassino: Montesodi è bloccato dalla neve e nessuno può essere scappato lontano. Ma tutti gli abitanti sembrano avere un alibi tranne Piergiorgio che era in camera sua da solo. Così con l'aiuto della collega Margherita il Pazzi si improvviserà investigatore. Con risultati, che ancor più della ricerca che stavano conducendo, metterà in luce tutte le potenzialità di un ottimo rapporto sinergico tra scienza e letteratura. Quello che il letterato-chimico pisano Marco Malvaldi ha sempre sperimentato su se stesso, ma con scarsi riscontri nella realtà italiana.

Enrico Stampacchia
Fonte: http://www.pisainformaflash.it/notizie/dettaglio.html?nId=11960

domenica 30 settembre 2012

Calabria, archeologia per la memoria. Presentato a Pisa il libro del premio Campiello 2012 Carmine Abate.

Uno scavo archeologico nella memoria, nella ricerca delle radici proprie, dei propri luoghi e della mitica città (della Magna Grecia) di Krimisa. Una narrazione scandita da un rapporto tra padre e figlio capace di far recuperare quella memoria collettiva necessaria per poter illuminare il presente. Un secolo di storia, il Novecento, dove le vicende di una famiglia calabrese, gli Arcuri, custodi di un luogo, la collina del Rossarco, e dei suoi segreti, si susseguono attraverso quattro generazioni e s'intrecciano con gli avvenimenti della grande storia. Una famiglia che nel tempo resiste ai soprusi di potenti e prepotenti, con il fascismo, con la mafia, con i signori delle pale eoliche, con personaggi che per i propri guadagni sono pronti a deturpare i paesaggi più belli.
A presentare a Pisa, martedì 25 settembre nella sala gremita del Centro espositivo San Michele degli Scalzi, nell'ambito della festa della cultura calabrese, il romanzo di Carmine Abate La collina del vento, vincitore poche settimane fa del premio Campiello 2012 (con ben quaranta voti di differenza sul secondo classificato), l'autore stesso e il prof. Salvatore Settis, ex direttore della Scuola Normale, che nel libro ha riconosciuto "memorie personali" non solo come calabrese, "un ritorno a casa", ma anche "come archeologo". Se la presenza degli antichi non è un tema nuovo nella letteratura del Sud, per Settis non era "facile tematizzare la presenza dell'archeologia". L'autore riesce a farlo "trasformando due grandi archeologi italiani, Paolo Orsi e Umberto Zanotti Bianco in personaggi del romanzo" che nella realtà si conosceranno nel 1911. "Orsi – sottollinea Settis - insegna a Zanotti Bianco che per riscattare la miseria serve l'archeologia". Così quando scopre che in alcuni paesi della Calabria la gente era talmente povera che nel pane aggiungeva anche un po' di segatura, Zanotti Bianco utilizza il reperto: invia un pezzo di quel pane al re, al presidente del Consiglio e ai presidente di Camera e Senato.
"Un altro tema che emerge nel romanzo – afferma Settis – è il perpetuo conflitto tra archeologia e agricoltura". Tuttavia se Orsi dimostra come queste due realtà "possano convivere", ben più irrisolvibile è il contrasto "tra gli scavi e la volgarità di un villaggio turistico" perché, come scrive l'autore nel romanzo, "una città ha un'anima" che "non scompare mai". "Una città è come una persona, nasce, cresce, muore, a volte sparisce lasciando labili tracce che solo un occhio attento può scoprire".
Abate precisa che il romanzo, scritto negli ultimi mesi di vita del padre, "è nato da una promessa fatta dentro di me: raccontare queste storie che lui mi raccontava prima che queste storie scomparissero con la sua morte". Un libro che è "un atto d'amore nei confronti della propria terra" ed è "un omaggio alla parola dei padri, ovvero alla memoria". E per Abate "recuperare la memoria ha un senso solo se serve ad illuminare il nostro presente".
Enrico Stampacchia

sabato 8 settembre 2012

Intervista ad Alessandro Spinelli, autore di “Sotto tiro. San Biagio in Cisanello estate 1944. Un eccidio dimenticato”

Documenti inediti e preziose testimonianze dei protagonisti. La storia degli eccidi nazisti si arricchisce di nuove pagine che narrano i fatti, gli orrori di quel 2 agosto 1944 a San Biagio in Cisanello a pochissimi chilometri dal centro di Pisa (vedi la scheda). Due eccidi in meno di tre ore, ventitré morti su una popolazione di poco più di quattrocento abitanti: prima undici nella canonica della chiesa di San Biagio, poi altri dodici, a poche centinaia di metri, in una casa privata. Il libro di Alessandro Spinelli Sotto Tiro. San Biagio in Cisanello estate 1944 un eccidio dimenticato, pubblicato da Felici editore, ricostruisce l'andamento degli eventi di quella tragica giornata, li colloca nel più ampio contesto dei quaranta giorni, dal 23 luglio al 2 settembre, in cui il fronte si fermò a Pisa lungo l'Arno e, in quello ancora più ampio, della storia della seconda guerra mondiale.
Un libro ricco di note esplicative che possono risultare molto utili anche per gli studenti delle scuole e di una documentazione che allontana dall'uso di facili stereotipi nella ricostruzione storica. Le fonti basate sulle testimonianze dirette accentuano anche la percezione di un'indubbia verità storica: il progressivo coinvolgimento di quel territorio nel conflitto. Nel giro di pochi mesi San Biagio si trasforma da zona assolutamente periferica di un conflitto che si gioca su altri fronti (solo casualmente alla ribalta perché luogo dell'incidente aereo che provoca la morte del figlio del Duce), a zona assolutamente centrale dove il saccheggio e l'uccisione della popolazione civile diviene non una conseguenza ma l'essenza stessa della guerra. Ne parliamo con l'autore Alessandro Spinelli originario di San Biagio dove ha trascorso i primi trentacinque anni della sua vita.

Partiamo dal sottotitolo del tuo libro. A cosa ti riferisci quando parli di "un eccidio dimenticato"?
Sì, è importante chiarire. Non c'è un accusa di scarsa sensibilità nel ricordare l'avvenimento: le amministrazioni sono sempre state presenti, hanno eretto lapidi e monumenti, per non parlare dei parenti e della popolazione locale. La mia accusa si riferisce ad una dimenticanza al livello di giustizia. Nessuno ha fatto niente per sapere e per perseguire chi aveva fatto quell'eccidio. Leggendo il libro è anche facile capirlo. C'è un documento della Questura di Pisa dove si fanno nomi e cognomi. Si tratta di ufficiali e sottufficiali della Terza Compagnia delle SS. I massacri di questa Compagnia e della Sedicesima Divisione di cui essa fa parte sono iniziati a San Biagio. E' una scia di sangue che parte dall'Arno e rientra nel disegno complessivo portato avanti dalla Sedicesima  Divisione.

Da cosa pensi possa dipendere questa impunità?
Non lo so, molto probabilmente rientra nell'impunità generale nei confronti dei massacri nazifascisti. C'è anche da dire che se come italiani avessimo chiesto i criminali di guerra tedeschi avremmo dovuto dare i nostri agli stati che ce lo chiedevano. Se si leggesse di più su quanto hanno fatto gli italiani in Jugoslavia o in Grecia, per non parlare delle stragi compiute in Africa orientale durante la creazione dell'impero, ci accorgeremo che non c'era tanta differenza tra le camicie nere e i nazisti. Abbiamo allestiti campi di concentramento dove venivano messi insieme malati di tifo e gente sana. E non lo dico certo per  addolcire i crimini efferati commessi dalle SS e dalle truppe tedesche, tutt'altro...
   
Veniamo all'analisi dei fatti narrati nel tuo libro. La prima cosa ad esser messa in discussione è l'interpretazione che tendeva a parlare dell'eccidio di San Biagio e non degli eccidi di San Biagio...
Con questo libro intendo ricostruire la memoria sull'analisi dei fatti concreti e non sullo stereotipo. Finora si era sempre pensato che la strage fosse una sola divisa in due luoghi differenti, ma documenti e testimonianze ci forniscono pezzi di un mosaico che messi insieme danno un disegno diverso. Anch'io, nonostante sia di San Biagio, prima di fare questa ricerca non sapevo che i morti della canonica fossero stati ritrovati per caso otto mesi dopo. A differenza della seconda strage in casa Sbrana, a cui sopravvissero tre persone, non c'era nessuna testimonianza, altrimenti sarebbero andati a cercare i morti. Tutti sapevano che i tedeschi avevano incendiato la canonica ma non che subito prima avessero commesso una strage. Si pensava che le persone scomparse fossero state portate nei campi di lavoro. Quel che sapevo mi è così andato in frantumi. Avevo letto il libro di Vanni che raccontava minuto per minuto quel che era successo. Ciò può essere possibile solo per il secondo eccidio non per il primo dove non ci sono testimoni.

Quale sono le differenze nella ricostruzione dei fatti?
Secondo la ricostruzione di Vanni, che era poi quella dei giornali "Il Corriere dell'Arno" e "Il  Lavoratore", i tedeschi entrarono per puro caso nella canonica, vi sorpresero un gruppo di persone che aveva trovato rifugio al suo interno e le massacrarono. Si tratta di una ricostruzione poco attendibile. Risulta infatti che prima della strage nessuna delle persone uccise all'interno della canonica avesse abbandonato la propria abitazione. Se è quindi certo che nella canonica le undici vittime vi siano state trascinate, è probabile che sia stato messo in atto un minirastrellamento, che questo sia avvenuto solo nei pressi della chiesa di San Biagio e che tutte le persone trovate in strada e non nelle loro abitazioni siano state catturate. Il punto è che se sappiamo con certezza i motivi della strage di casa Sbrana, la ricerca delle donne, possiamo solo formulare ipotesi su quelli dell'eccidio della canonica sulla base delle fonti che abbiamo a disposizione.

Ce le puoi riassumere?
La prima ipotesi è quella di non aver ottemperato ai bandi di sgombero del paese. La riporto per dovere di cronaca ma non mi convince perché almeno in città non ci fu una vera e propria richiesta di sgombero, ma anzi dal primo agosto era entato in vigore un bando che imponeva a tutti gli abitanti del Comune di Pisa, e quindi anche San Biagio, di rimanere all'interno della loro abitazione ad esclusione di un periodo di due ore, dalle 10 alle 12, che è l'orario in cui è stata commessa la strage. Chi testimonia l'esistenza di un ordine di sgombero per San Biagio precisa anche che non si trattava di un bando ma di un semplice foglio in mano ad un militare delle SS.
La seconda ipotesi, a mio avviso più credibile, è quella di una rappresaglia dovuta al ritrovamento in una cantina di una corte, accanto alla chiesa di San Biagio, di un deposito di bottiglie di profumo appartenenti ad un commerciante ebreo. La sera del 31 luglio, per rappresaglia, quella casa venne bruciata ed è possibile che a distanza di trentasei ore i tedeschi siano tornati sul luogo dell'incendio con l'intenzione di dare alla popolazione un'altra lezione, ma visto che la corte era ormai spopolata abbiano rastrellato tutti coloro che si trovavano nei pressi fucilandoli poi all'interno della  canonica. L'ultima ipotesi è che le uniche due persone di cui non si conosce l'identità fossero due militari alleati sfuggiti ad un campo di concentramento. Le ipotesi sono diverse ma sembra che l'eccidio nella canonica rientri in una logica di rappresaglia, mentre il secondo, in casa Sbrana, nell'ordine del comando tedesco di fare la guerra ai civili.
 
Il tuo lavoro è rivolto anche alla storia del borgo..  Sì, ho vissuto i miei primi 35 anni a San Biagio, la mia famiglia conosceva tutti quei morti. Sono molto legato a quel territorio. Il mio obiettivo era anche quello di parlare di San Biagio, di come era una volta e di come non è più, diviso dalla viabilità costruita negli anni Ottanta, cancellato dallo sviluppo urbanistico degli ultimi trent'anni, dai grandi palazzi che soffocano le case coloniche rimaste. Parlando con le persone anziane ho cercato di rifar vivere San Biagio come era fino agli anni Settanta. Si sarebbe potuto trovare una soluzione urbanistica più consona al territorio.

Qualche proposta per le commemorazioni degli eccidi...
Ci sono due donne scomparse, portate via dai tedeschi, di cui non si è saputo nulla, che non sono mai rammentate nell'elenco delle vittime. Una, Giulia Senatori, è la ragazza che i tedeschi volevano quando hanno compiuto l'eccidio di casa Sbrana. Dopo aver ucciso il suo fidanzato e sterminata la famiglia di lui, le SS l'hanno portata via. L'altra, Anna Fascetti, qualche giorno prima della strage era intervenuta per non far portare via dai tedeschi una ragazza malata ed in cambio avevano preso lei. Sarebbe bello poter costruire una lapide che le ricordi entrambe.
Enrico Stampacchia

venerdì 31 agosto 2012

Quando il simbolo non è il diritto ma lo storto. Intervista a Francesca Bianchi, autrice del libro “Torre Superstar”

Non solo nelle cartoline o nelle insegne quale simbolo grafico dell'Italia ma in film, telefilm, spot, fiction e animazione. "Un'immagine che ci ricorda che anche far le cose storte a volte può essere glorioso" sottolinea Dario Marianelli, premio Oscar 2008, nella sua introduzione al nuovo libro Torre superstar di Francesca Bianchi pubblicato da Felici Editore con il contributo dell'assessorato al turismo della Provincia di Pisa e la collaborazione del Comune di Pisa. La protagonista è ancora una volta lei, la Torre pendente, oggetto di un bel libro, interessante e originale, che parla di Pisa attraverso le immagini della piazza dei Miracoli, del Campanile girate dalla macchina da presa e immortalate nelle scene dei film di tutto il mondo. Ne parliamo con l'autrice Francesca Bianchi, giornalista della redazione di Pisa de La Nazione, laureata in storia e critica del cinema e autrice, insieme a Luigi Puccini, del Dizionario del Cinema per ragazzi.

Da cosa è nata l'idea del libro? 
Tutto è nato come un gioco. Quando mi resi conto che l'immagine della Torre compariva quando meno te lo aspettavi iniziai ad appuntarmi tutte le volte in cui appariva e costatai che i casi erano moltissimi.

Quarantasei film veri e propri, venti di animazione, diciannove spot a cui se aggiungiamo anche telefilm, fiction, videoclip complessivamente si raggiunge la cifra di centouno. Come hai fatto a trovarli tutti?
Sono tanti anche perché sono stati presi in considerazione non solo i film girati a Pisa ma anche quelli in cui la Torre veniva solo citata, quando compariva o comunque c'era un riferimento ad essa. Ho iniziato da alcuni film ormai nella memoria come Amici miei. Mi ci sono appassionata e presto la ricerca è diventata un giochino collettivo in cui sono stati coinvolti anche amici e conoscenti che magari in singoli ambiti, come ad esempio quello dei cartoni animati giapponesi, avevano già collezionato  molte citazioni sulla Torre. Lo sprint finale l'ho avuto con la maternità. Il libro è nato insieme a mia figlia.   

La scena più famosa è certamente quella di Amici miei atto II in cui viene reclutata un'intera comitiva di turisti giapponesi per sorreggere con una fune la Torre che, dalla voce di un megafono, si sosteneva stesse per cadere. Hai avuto modo di contattare l'unico sopravvissuto del cast dei cinque attori, Gastone Moschin. Cosa ti ha colpito di più del suo racconto?
Il fatto che questo clima goliardico ci fosse realmente. Quell'episodio, la zingarata sotto la Torre, è stato significativo perché la comitiva di giapponesi reclutata non sapeva davvero che stessero girando la scena di un film. Quei turisti erano comparse inconsapevoli. Molti erano preoccupati e pensavano che realmente la Torre stesse per cadere. E' stato tutto uno scherzo,  ma anche una delle scene più riuscite del film.

Tra i film citati nel tuo libro quale sono quelli da te preferiti?
Non è facile fare una scelta. Sono molto affezionata ai film dei Taviani. Nei loro film ha recitato anche il fratello di mia nonna e sui Taviani ho scritto la mia tesi di laurea. In uno dei loro film, Padre padrone, tratto dall'omonimo romanzo di Gavino Ledda, c'è una scena girata a Pisa. Il protagonista, lo stesso autore del romanzo, cresciuto in pieno isolamento, nella Sardegna degli anni Quaranta, aiutando il padre a governare il gregge nei pascoli, arriva a Pisa perché è reclutato nell'esercito. Sale sulla Torre, si siede e guarda di sotto pensando alle parole, al loro significato, alla lingua italiana. E' l'inizio della svolta nella sua vita che lo porterà a passare da analfabeta a letterato e glottologo. E' uno dei film che ho nel cuore. Nella lista dei miei preferiti c'è poi, oltre ad Amici miei, il film Noi siamo le colonne, un gioiellino girato nel 1956 da Giuseppe D'Amico su tre amici studenti all'Università di  Pisa (Vittorio De Sica, Franco Fabrizio e Aroldo Tieri) a cui gran parte dei pisani di quella generazione sono affezionati. Se il palazzo della Sapienza, piazza Dante e i lungarni, simbolo della vita goliardica, sono spesso protagonisti assoluti dell'inquadratura, in realtà a riempire lo schermo sono i volti delle tantissime comparse pisane. Per un mese le strade di Pisa si trasformarono in un set pieno di star del cinema italiano.

...e le immagini che ti sono rimaste più impresse...
Ci sono casi particolari come Medea di Pier Paolo Pasolini girato, in parte, in piazza dei Miracoli ma dove la Torre non si vede quasi mai. I marmi bianchi partecipano al senso del film: Pisa diventa Corinto ed è il simbolo architettonico di una civiltà colta, consumistica e santa allo stesso tempo. Piazza dei Miracoli è scelta per alludere ad un periodo preciso, quello in cui comincia a svilupparsi e assumere potere la moderna borghesia. Un'immagine perturbante della Torre la si ha invece in Repulsion di Roman Polanski. Una cartolina della Torre pendente spedita dalla sorella in viaggio con l'amante accentua le ossessioni sessuofobiche della protagonista,  Catherine  Deneuve, facendo precipitare la situazione e scatenandone la follia.

"Non un campanile qualunque. Uno dei tanti in giro per il mondo. La Torre di Pisa è qualcosa che turba e attrae: perfetta e pendente allo stesso tempo, inconfondibile ed eterna nella sua assoluta fragilità. Un simbolo naturalmente fallico". Cito il testo del tuo libro per ricordare come a riguardo ci siano anche numerosi altri esempi di un utilizzo simbolico di tale immagine: dagli spot al viagra e ai condom ai numerosi film "scollacciati" degli anni Settanta...
Sì, ci sono anche molti spot, da quelli del viagra a quelli di Play Boy Italia, e manifesti con espliciti riferimenti di questo tipo. Nel manifesto della D'Addario, ad esempio, c'è il Colosseo che indica il potere politico e la Torre di Pisa il potere sessuale. C'è poi stato un periodo, dal 1968 alla fine degli anni Settanta, in cui Pisa veniva scelta come set per i film, con attori come Edwige Fenech  e Alvaro Vitali, appartenenti al genere della cosiddetta commedia erotica all'italiana, quelli che ne nel libro definisco film "scollacciati".

Graficamente l'Italia viene spesso identificata con la Torre di Pisa. Come dice Dario Marianelli nell'introduzione al tuo libro "che a diventare il simbolo universalmente riconosciuto dell'Italia dovesse essere una cosa storta, credo nessuno dovrebbe stupirsi"...
Sì, possiamo dire che la Torre, insieme al Colosseo, viene universalmente riconosciuta per rappresentare l'Italia, ne è l'immagine simbolo. Dai film di animazione a quelli indiani quando c'è un riferimento all'Italia, se non più in generale all'intero continente europeo, non manca mai la Torre di Pisa, spesso anche solo come simbolo grafico. Un simbolo molto efficace anche perché inconfondibile.

La seconda parte del libro è una interessantissima guida turistica, da te scritta insieme ad Alessandro Bargagna, Chiara Celli e Marianna Saliba, che si sofferma su particolari che l'occhio non coglie ma che la macchina da presa vedrebbe. La guida che chiami "itinerari cinematografici" ci fornisce moltissime informazioni sulla città di Pisa e anche sulla provincia...
Tantissimi stranieri quando arrivano a Pisa in piazza dei Miracoli scoprono che c'è dell'altro da vedere, che ci possono essere più itinerari. Quelli proposti nella guida sono supportati dall'elenco dei film girati in quei luoghi. C'è la necessità di spostare l'attenzione anche su tante altre cose oltre alla Torre. La scommessa era quella di far leva anche sul turismo cinematografico. Un'esperienza che se all'estero si è ormai consolidata e in Italia sta prendendo piede, a Pisa deve ancora iniziare.

A tal fine il tuo libro mi sembra possa costituire un ottimo inizio. A poco più di un mese dalla pubblicazione è sicuramente presto per fare bilanci, ma qual è la risposta che stai ricevendo?  
C'è un po' di curiosità e mi fa piacere, ho cercato di rendere il libro snello e di facile lettura. Il mio obiettivo era anche quello di accendere curiosità e fantasia e di spingere i lettori ad andare a vedere i film.  
Enrico Stampacchia

martedì 28 agosto 2012

Quella malattia ereditaria che chiamiamo invecchiamento

Sempre più longevi, ma sempre più vecchi. Nell'ultimo secolo la vita media è passata da quaranta a ottant'anni. Come è noto i fattori che provocano la scomparsa delle persone più anziane sono stati combattuti con successo. Ma se la cattiva notizia è che la velocità di progressione del processo di invecchiamento non è cambiata perché non è stata contrastata, la buona è che farlo è assolutamente possibile. La ricerca scientifica ritiene lo stile e le scelte di vita molto più influenti (70%) rispetto all'incidenza dei fattori genetici (30%). Si può quindi intervenire sulle cause dell'invecchiamento molto più di quanto ci si possa aspettare senza limitarsi ad arginarne le conseguenze esteriori attraverso il ricorso al chirurgo estetico. Palliativo utile, forse, al benessere psichico ma non altrettanto a quello fisico. Molti risultati degli studi degli ultimi vent'anni presso il Centro di Ricerca sull'Invecchiamento dell'Università di Pisa sono riassunti nel libro L'arte della longevità in buona salute pubblicato da Edizioni Ets di Ettore Bergamini, coordinatore del Centro, ordinario di Patologia generale dell'Università di Pisa e gerontologo noto a livello internazionale. "Sono questi gli studi – sottolinea Bergamini – che hanno consentito di comprendere i meccanismi di azione dei quattro principali interventi anti-invecchiamento ad oggi noti". Ovvero la restrizione dell'apporto calorico, l'esercizio fisico, l'assunzione di acidi grassi polinsaturi, l'assimilazione degli antiossidanti racchiusi in frutta e verdura. 
Secondo l'autore "i più recenti sviluppi scientifici confermerebbero le deduzioni dei filosofi antichi: tutti gli esseri viventi, nessuno escluso, sarebbero affetti da una malattia ereditaria cronico-degenerativa, che chiamiamo invecchiamento, caratterizzata dall'avere un periodo di incubazione così lungo da essere compatibile con il successo riproduttivo della specie". L'invecchiamento è da considerarsi quindi una malattia e non un fattore di rischio e le malattie associate  "segni e complicazioni che possono essere facilmente prevenuti contrastando il processo morboso fondamentale". Una definizione in linea con quella attuale di malattia e anche con l'ottimismo di fondo dell'autore: "Contro la fisiologia non ci sono cure, mentre molto può essere fatto, invece, contro le malattie innate". 
Per Bergamini "contrastando l'invecchiamento si prevengono tutte le malattie che attualmente rappresentano i peggiori flagelli dell'umanità e tormentano gli ultimi anni della nostra vita condannandoci alla fragilità, alla non autosufficienza", alla disabilità. D'altra parte l'aumento della vita media nell'ultimo secolo è stato così forte e così rapido da non poter essere determinato da mutamenti genetici. L'aumento della longevità è conseguenza solo di cambiamenti ambientali e non può essere considerato una conquista irreversibile. Ma per capire l'efficacia scientifica degli interventi bisogna aver chiaro in cosa consiste il processo di invecchiamento. Lo scorrere del tempo fisico lascia nelle cellule e nei tessuti del corpo delle lesioni. L'invecchiamento biologico è determinato sia dalla velocità con cui si producono i danni che dal funzionamento dei meccanismi di riparazione. Per vivere tutti gli esseri viventi hanno bisogno di produrre energia che in gran parte viene realizzata attraverso l'ossidazione degli alimenti che a sua volta produce radicali tossici dell'ossigeno, i ROS, i radicali liberi più diffusi (ogni nostra cellula ne produce 200-300 al secondo). Gli organismi viventi hanno sviluppato efficaci difese antiossidanti che, tuttavia, non riescono a bloccare tutti i ROS. Alcuni arrivano a proteine, lipidi e acidi nucleici provocando danni che possono, comunque, ancora essere eliminati attraverso meccanismi cellulari di riparazione. Non tutti, però. "Si calcola – afferma Bergamini – che ogni giorno giungano al nucleo di ogni cellula circa 10.000 radicali, che causano altrettanti danni (mutazioni) a carico del DNA". Di questi solo 9999 verrebbero riparati. "Ogni giorno si aggiunge ad ogni nostra cellula un danno non riparato del DNA, cioè una mutazione stabile; se sono colpiti geni che controllano la generazione cellulare potrà svilupparsi un tumore" altrimenti "la cellula potrà morire per apoptosi e, con la sua scomparsa, contribuirà a ridurre la funzione dell'organo e, quindi, all'invecchiamento". Così i quattro interventi per ritardarlo possono essere suddivisi in due gruppi sulla base del momento in cui agiscono. Mentre il controllo dell'apporto calorico, che opera a livello dei visceri, e l'esercizio fisico, che agisce su cuore e muscoli scheletrici, consentono la sostituzione delle componenti cellulari degradate attivando il processo di riparazione,  gli antiossidanti presenti in frutta e verdura, che agiscono in modo preventivo, e gli acidi grassi polinsaturi, che intrappolano i radicali liberi, proteggono dal danno ossidativo rendendo così le cellule più resistenti.
In un'epoca in cui sempre più spesso il medico riesce a evitare la morte ma non a restituire la salute, questo libro di divulgazione scientifica può rappresentare un valido contributo di conoscenza. Il futuro certamente non sarà del tutto nelle nostre mani, ma fa piacere pensare che, attraverso anche le nostre scelte di vita, lo possa essere il più possibile. Senza, però, illudersi troppo.
Enrico Stampacchia

martedì 31 luglio 2012

Città degli orti. Intervista al vicesindaco Paolo Ghezzi sull'esperienza pisana, modello per tutta l'Italia

Il cibo come “occasione per parlare di geografia, storia, biologia”, l’alimentazione come “materia di studio completa e complessa in cui la salute del pianeta è strettamente legata a quella dell’individuo”. Nel presentare l’ultimo numero di Locus, la rivista trimestrale di cultura del territorio edita da Felici editori sul tema Pisa, città degli orti, Carlo Petrini, fondatore e presidente internazionale di Slow Food, si riferisce al progetto ”Orto in condotta” che ha ormai superato le quattrocento esperienze in Italia. Un percorso a cui, dopo aver già realizzato in proprio il progetto un “orto in ogni scuola”, il Comune di Pisa ha aderito. Un’esperienza unica in Toscana ma anche in Italia, per un così elevato numero di orti nelle scuole tutti in ambito cittadino. Ne parliamo con Paolo Ghezzi, vicesindaco del Comune di Pisa con delega anche a parchi, verde pubblico e cura della qualità urbana.

Negli ultimi anni quando si parla di educazione alimentare si tende spesso a fare riferimento solo alla quantità di calorie. Non si parla quasi mai del legame tra cibo e identità culturale, poco di qualità e di sapori. Per Slow Food il progetto “Orto in condotta” rappresenta uno strumento didattico per conoscere il territorio i suoi prodotti, i suoi legami con le stagioni, le sue ricette. Come è stato introdotto nel territorio comunale di Pisa?
Nell’anno scolastico 2007-2008 venne ideato dal Comune di Pisa il progetto “un orto in ogni scuola”. Da subito furono raccolte decine di adesioni da parte delle scuole pisane. I 35 orti scolastici, dopo un’adeguata fase di formazione, furono realizzati dalle maestre e dai bambini delle scuole pisane con il supporto logistico dell’azienda agricola Pacini e della Cooperativa Terra Uomini e Ambiente e con il supporto formativo di Slow Food. Oltre ad imparare, zappettare, annaffiare e raccogliere i frutti del proprio lavoro, nel primo anno i bambini realizzarono anche migliaia di biglietti di auguri colorati messi in vendita per acquistare alberi da frutto da piantare nel giardino della propria scuola. L’anno successivo il progetto degli orti pisani si è evoluto ed è stato accolto nel progetto “Orti in condotta” della rete nazionale Slow Food formalizzata con la firma di un protocollo alla presenza di Carlo Petrini nel corso del convegno “Mai fragole a dicembre”. Un ingresso prorompente, tanto da costituire ancora oggi la più capillare diffusione di orti in ambito scolastico di tutta Italia.

Qual è stato il procedimento per realizzare gli orti?
C’è stata una naturale evoluzione nel tempo. Con sopralluoghi mirati nei giardini scolastici sono stati individuati i luoghi più adatti per accogliere l’orto prevedendo l’esecuzione in cassette nel caso in cui le condizioni non consentissero di utilizzare direttamente il terreno naturale. Alle classi sono state assegnati kit di attrezzi e semi per dedicarsi all’attività di orticultura. In alcune scuole sono stati distribuiti biocomposter per il trattamento di rifiuti organici, in altre sono state seminate windflowers per creare un prato di fiori spontanei. Percorsi specifici sono stati previsti per i racconti degli ortolani anziani, per il recupero di materiali e per il risparmio di risorse. L’attività è stata arricchita con temi ambientali e con percorsi proattivi per richiamare le farfalle nei giardini delle scuole. Direi un grande successo di un progetto semplice. Vedo, infatti, un'inversione di tendenza: per decenni c’è stato il fuggi fuggi, l’orto era sinonimo di arretratezza, di povertà. Ora si sta riscoprendo che la ricchezza è mantenere il rapporto con il territorio.

Un messaggio anche sul piano educativo…
C’è una filiera di valori che cerchiamo di recuperare anche, e soprattutto, con i bambini delle scuole. Uno dei messaggi principali che cerchiamo di trasmettere è che tutti devono e possono avere un ruolo nel processo di cura dell’orto: proprio come dovrebbe accadere nella società civile. Chi zappetta la terra ha bisogno, per vedere un buon risultato, di chi sparge i semi, di chi toglie le erbacce, di chi ogni giorno fornisce un po’ d’acqua. E’ una lovoro di gruppo e, se guardiamo bene, un ruolo non è più importante dell’altro: per arrivare in fondo ogni attività è indispensabile e va fatta con cura per non vanificare gli sforzi di tutti. E tutti devono avere rispetto del lavoro altrui. Questo vale nell’orto ma, più in generale, dovrebbe valere nella società. Non esiste una società che possa definirsi equilibrata e che aspiri a una elevata qualità di vita se non è in grado di valorizzare il lavoro di tutti. Siamo legati al ruolo che ciascuno di noi svolge. E’ una catena di gesti tutti ugualmente importanti. Non esiste un lavoro più dignitoso di altri e per un risultato finale di qualità difficilmente ci si può ritenere autosufficienti.

A cosa è dovuto un così grande successo?
Forse allo stimolo dell’immaginazione, ma soprattutto alla semplicità della proposta e ai tanti significati che essa racchiude. Dall’insegnamento ai bambini al ciclo delle stagioni e dei frutti che la terra mette a disposizione nei diversi periodi all’impegno per veder crescere i risultati del proprio lavoro; dal rispetto per l’ambiente comune all’educazione con esperienze dirette e ad un corretto ciclo di alimentazione. In generale l’attività nelle scuole vuole essere uno stimolo alla capacità di valutazione autonoma del bambino in controtendenza e da contrapporre alle infinite sollecitazioni mediatiche e di costume.

Sono nate anche le “Ortimpiadi”…
Sì, come progetto in collaborazione tra il Cus Pisa e l’associazione Orti pisani per promuovere la sinergia tra il piacere del movimento e dello sport ed il piacere di mangiare sano e buono. Dopo una prima edizione al Cus Pisa le Ortimpiadi sono state organizzate nel 2011 anche sul Ponte di Mezzo chiuso, per l’occasione al traffico, e reso verde con prati e piante. Si tratta di gare a carattere ludico-sportivo che coinvolgono sia le competenze fisiche sia quelle di orticoltura ed alimentazione dei partecipanti. Il progetto prevede oltre alla giornata finale con le gare, la realizzazione di orti presso la sede del Cus Pisa o in altre zone della città; la realizzazione di un percorso formativo di educazione allo sport e di educazione alimentare, collegato alla realizzazioni degli orti nelle scuole cittadine. Si impara giocando con “la corsa del cavolo”, con “rubaravanello” e con “il lancio della patata”.

Il Comune di Pisa ha anche istituito una giornata interamente dedicata ai temi dell’Orticultura?
Sì, con una delibera del 2010 è stato istituita, nella giornata internazionale dedicata all’Africa, il 25 maggio, una giornata che Pisa dedica ogni anno ai temi dell’orticultura coinvolgendo i bambini e le loro famiglie.

Dai risultati del progetto un orto in ogni scuola e poi un orto in condotta si è fatto carico di una ambiziosa iniziativa: promuovere l’educazione e la formazione agro-ecologica in alcune scuole della città brasiliana di Corumba con cui Pisa ha sottoscritto un patto di amicizia e solidarietà. Che risultati avete ottenuto?
C’è stato un percorso parallelo a Pisa e in Brasile con modalità e tempistiche diverse. Ciò aiuta i bambini e loro famiglie a comprendere meglio che ciò che cresce a Pisa non può crescere nello stesso momento a Corumba e che ogni territorio vive il suo tempo e la sua specificità alimentare che va preservata e valorizzata. Nello specifico, Corumbà è una città che vive sul piano sociale una situazione drammatica. L’obiettivo del progetto è quello di spezzare la catena che lega giovanissimi e criminalità attraverso la promozione all’interno delle scuole di attività di formazione relativa al settore agro-ecologico. In questo modo le famiglie, spesso con un bassissimo reddito, possono beneficiare direttamente delle attività del progetto. Nelle proprie abitazioni, gli orti possono divenire una fonte di sostentamento ed autoalimentazione. Il progetto ha avuto come scopo anche quello di mettere in rete i bambini delle scuole pisane con quelle delle scuole brasiliane. I contatti via web hanno costituito un ulteriore elemento di arricchimento del progetto.

Il Comune di Pisa ha redatto un disciplinare per potenziare la pratica degli orti sociali anche in città e non solo in alcune periferie. Finora l’aumento degli orti in città è stato particolarmente significativo?
Il disciplinare è stato redatto attraverso un lavoro lungo e multidisciplinare coinvelgendo direttamente anche gli ortolani al fine di razionalizzare, prima, le esperienze già realizzate come quella de I Passi e soprattutto del Cep e di crearne, poi, delle nuove. L'obiettivo è quello di dotare ogni circoscrizione di una realtà come quella esistente al Cep. Vanno individuate le aree ottimali e creati percorsi di investimento sociale ed economico. Per realizzare l'intero progetto ci vorrà la prossima consiliatura. I prossimi orti sociali previsti dovrebbero essere nella zona di via Norvegia anche se stiamo conducendo, con il contributo di Regione e CNR, uno studio per la localizzazione ottimale di queste aree anche da un punto di vista pedologico e della qualità dei terreni.

C’è chi sostiene che bisognerebbe superare l’attuale normativa che prevede la realizzazione di orti urbani nelle sole aree individuate come aree agricole urbane perché potrebbero essere realizzati anche nelle aree individuate come aree a verde attrezzato. Che ne pensa?
E’ un discorso molto complesso e delicato, è un’idea suggestiva ma effettivamente difficile da concretizzare nella sua realizzazione pratica. Bisogna far convivere esigenze diverse e c’è un limite oltre il quale è difficile trovare un equilibrio. Il problema delle responsabilità e di chi si prende cura degli spazi non è secondario e difficilmente lo si può delegare alla buona volontà di qualche volontario. Già in passato i percorsi non sufficientemente controllati hanno dato risultati deludenti e molto lontani anche dalle finalità per cui erano nati.

Siamo abituati agli orti come caratteristica della campagna o dell’estrema periferia spesso con recinzioni molto meno curate rispetto a quelle dei giardini. Magari per gli orti in città potrebbero essere maggiormente valorizzati elementi di arredo urbano come ad esempio delle belle recinzioni per le quali, a dire il vero, Pisa non si è mai particolarmente distinta.
Questo è un passaggio culturale che potrebbe davvero generare una svolta. La cura dell’orto deve recuperare la capacità di trasmettere sensazioni visive ed emozioni. Un orto curato, nella disposizione degli spazi e nella qualità degli arredi, descrive uno stato d’animo, un atteggiamento mentale, un rapporto sereno con quel che si sta facendo. L’orticultura può risultare anche un percorso efficace per recuperare serenità e per favorire socialità. L’estetica e la pulizia del luogo possono diventare, in questo senso, uno specchio eloquente del proprio equilibrio interiore e del piacere di aprirsi agli altri offrendo il meglio di sé.
Enrico Stampacchia