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lunedì 30 gennaio 2012

Boom editoria pisana : in 20 anni dal 2% al 14% della produzione regionale

Crescono i libri nella città della torre. Con 552 titoli pubblicati in un anno la provincia di Pisa sale da un modestissimo 2% dell’intera produzione libraria regionale del 1990 ad un ben più consistente 14% della quota di mercato nell’ultimo anno oggetto di rilevamento, il 2009. Al contrario, la provincia di Firenze, pur continuando a primeggiare con 2635 titoli, scende da un quasi totalizzante 88% del 1990 ad un più modesto 66% di una regione, la Toscana, che con il 6% rispetto al dato nazionale è quinta sia per titoli che per numero di copie.
E’ quanto emerge dall’analisi di mercato affidata dalla Regione Toscana all’Irpet (Istituto regionale programmazione economica della Toscana) e curata da Carmelina Brugnano che ha dato origine alla nuova pubblicazione Editoria toscana: cultura, industria e brand regionale. I dati sulla produzione libraria hanno messo in luce un fenomeno già noto da tempo: in seguito alle acquisizioni, negli anni Ottanta e Novanta, di affermate case editrici fiorentine come La Nuova Italia, Sansoni e Le Monnier, da parte dei due principali gruppi editoriali italiani, le milanesi Mondadori e Rcs, il baricentro della produzione si è spostato dal Centro al Nord Italia. Il dato degli ultimi dieci anni indica che, sebbene ci siano segnali di ripresa, la produzione libraria regionale ha ridotto la sua presenza sul mercato nazionale.
Tuttavia la Toscana se tanto per numero di copie quanto per titoli è oggi la quinta regione dopo Lombardia, Piemonte, Lazio, Emilia Romagna, per numero di case editrici, con il 9%, è terza solo dopo Lombardia (20%) e Lazio (17%). Al livello nazionale il numero di editori censiti dall’Istat è di 2.225 unità di cui un quarto con produzione nulla, il 44% con una produzione non superiore a 10 libri l’anno, definiti per questo piccoli editori dall'Istat, il 22% compresa tra 11 e 50, medi editori, e il 9% superiore a 50, grandi editori. In Toscana gli editori sono 203 ma la ripartizione percentuale tra piccoli, medi e grandi editori si ripropone  in proporzioni all'incirca equivalenti. Il dato da cui si discosta la nostra regione è piuttosto la relazione tra produzione libraria e dimensione degli editori: se al livello nazionale il 75% della produzione è in mano ai grandi editori, in Toscana la cifra non supera il 60%: c’è un 15% di mercato in più in mano ai piccoli e medi editori.
Se per quanto riguardava il decennio 1991-2001 una precedente indagine Irpet aveva fatto emergere al livello regionale la crescita di imprese piccole e piccolissime, dal 2002 al 2009 la nuova tendenza è ad un aumento degli editori medi a scapito di quelli di piccola dimensione che sono diminuiti del 21%. La pubblicazione dell'Irpet, facendo riferimento ai dati dell'Archivio Imprese dell'Istat, mette in evidenza anche un lieve calo occupazionale: nel 2000 gli addetti nel settore “Editoria libri” erano 885, otto anni dopo sono scesi a 856 con una riduzione del 3,3%. Il fenomeno è imputabile anche al processo di esternalizzazione del personale praticato per ridurre i costi soprattutto nelle imprese editoriali di dimensioni medie e piccole. La ripartizione nel territorio del dato occupazionale vede il 68% delle imprese editoriali concentrate nella provincia di Firenze, il 7% a Pisa e a Pistoia, il 6% a Siena e il 5% a Lucca.
Analizzando il dato pisano anche al di là delle indicazioni contenute nella pubblicazione Irpet, possiamo vedere che il motivo della crescita degli ultimi vent’anni (molto rilevante soprattutto se valutato in relazione ad un dato toscano non particolarmente positivo, ma buono anche in termini assoluti) è dovuto sia ad un buon andamento delle case editrici storiche come Pacini editore, Fabrizio Serra editore, Edizioni Ets, Edizioni Plus (la casa editrice dell’Ateneo pisano) e Felici editore (che solo nell’ultimo decennio è passata da una produzione annuale media di trenta titoli ad una di settanta), sia alla nascita di nuove come Primula Multimedia (che opera prevalentemente nel settore medico) in città e Tagete edizioni (una media di trenta titoli l’anno) in Valdera. Se però dai titoli pubblicati si passa ad analizzare il numero di copie immesse sul mercato anche la realtà pisana mostra un andamento molto più altalenante. Sul piano regionale (dove peraltro i dati sul fatturato delle imprese editoriali non sono molto alti se comparati a quelle di altre regioni) la pubblicazione Irpet ammette di non aver dati in merito alla durata dei titoli in catalogo, ma il numero di novità pubblicate annualmente dalle case editrici “porta a pensare che solo un numero limitato di editori riesce ad individuare titoli capaci di durare in libreria” Una strategia competitiva che consiste anche “nel puntare ad una costante visibilità sui banchi e sugli scaffali delle librerie tramite l’immissione di nuovi titoli”.

 Enrico Stampacchia

sabato 14 gennaio 2012

La carta più alta di Malvaldi Lo scrittore pisano ha presentato l'ultimo libro nella sua città

“A parte Bruno Vespa chi scrive è perché la realtà così com’è non riesce proprio a sopportarla. Ha bisogno di cambiarla”. Uno stile sarcastico e pungente Marco Malvaldi non lo usa solo nello scrivere, di fronte ad una sala gremita della libreria Feltrinelli di Pisa, nel presentare a voce La carta  più alta, il suo quarto romanzo della serie del BarLume, nelle librerie solo da un giorno, è coinciso, diretto, ironico come nei suoi libri. Quando scrive diverte e si diverte perché, come ammette lui stesso, lo fa anche per ridere e non per macerarsi dentro. Ma nel suo ultimo libro c’è un evoluzione. “Finora – precisa l’autore - nei miei romanzi la trama era abbastanza secondaria serviva solo come filo conduttore. Ne "La carta più alta" è diverso, ho cercato di costruire una trama che potesse soddisfare anche il giallista più esigente. Questa volta è difficile poter immaginare il colpevole anche dopo aver letto i tre quarti del romanzo”
Nel nuovo giallo del BarLume il protagonista, il barista Massimo che Malvaldi definisce il contrario di se, il suo “sfogo sul mondo”, perché fa tutto ciò che per buona educazione l’autore non può fare, all’inizio sarebbe tutt’altro che propenso ad interessarsi alle dietrologie dei quattro vecchietti abbarbicati tutto il giorno al tavolo del suo bar. Se è vero che dalla noia nascono i bar, per Massimo “non è che tutti gli anni possono ammazzare qualcuno per farvi passare il tempo”. Ma nonno Ampelio, il Rimediotti, Pilade Del Tacca del Comune, Aldo il ristoratore, dalla vendita sottoprezzo di una villa lussuosa, la stessa dove Aldo, a cui avevano appena distrutto il locale, aveva ricevuta l’offerta di aprire un ristorante in comproprietà, sono convinti che la morte del vecchio titolare, Ranieri Carratori, sia dovuta ad omicidio e non a malattia.
Attraverso le conoscenze di Pilade in Comune, i quattro amici al bar erano, infatti, riusciti ad appropriarsi dei vecchi atti di acquisizione del fabbricato e a scoprire che il bene era stato comprato solo come nuda proprietà, e quindi destinato a rimanere in mano al venditore, il Carratori appunto, che però, guarda caso, sarebbe morto improvvisamente nel giro di pochissimo tempo dalla stipula del contratto, ufficialmente, per un tumore. Un banale incidente, la rottura di un tendine, costringerà Massimo a un ricovero proprio nella stessa clinica in cui è morto Carratori. La lunga e noiosa ospedaliera permetterà al protagonista di rielaborare tutte le informazioni e ricostruire la vicenda. Come nei classici del giallo deduttivo, il lavoro di intelletto investigativo consentirà, attraverso un intuizione del protagonista, la soluzione del caso.
Nel quarto romanzo del BarLume, il nome è scaturito dalla fantasia della moglie di Malvaldi, nella immaginaria località “Pineta”, luogo inventato per “motivi civili e penali” tra Marina di Pisa e Tirrenia, è anche rientrata Tiziana, la mitica e discreta commessa del bar, uscita di scena in seguito al suo matrimonio alla fine del terzo  romanzo. L’autore l’ha fatta separare, e quindi tornare in servizio, con la motivazione di “abuso di videogiochi” da parte del marito. Malvaldi ha, però, voluto precisare di non aver lavorato solo di fantasia: i casi di divorzi in Italia con una tale motivazione sarebbero solo nell’ultimo anno almeno quattrocento.
Enrico Stampacchia

Fonte: http://www.pisainformaflash.it/notizie/dettaglio.html?nId=9316
L'intervista all'autore

lunedì 9 gennaio 2012

L’espansione urbanistica di Pisa. Storia di una città attraverso l'Arno

"L’aspetto di Pisa mi piace assai più di quello di Firenze. Questo lungarno è uno spettacolo così bello, così ampio così magnifico, così ridente che innamora (...) e non so se in tutta Europa si trovino vedute di questa sorta”. Nel 1827 le rive pisane del fiume Arno, come è noto, rappresentavano per Giacomo Leopardi fonte di ispirazione poetica, ma la loro storia, nei secoli, si è indissolubilmente evoluta con quella della città che le ospita, lo stesso sviluppo urbanistico, nei suoi itinerari e ostacoli storici, passa attraverso il secolare corpo a corpo col fiume che l'attraversa.
I tagli di correzione delle anse dell’Arno nel territorio pisano e i tentativi di raddrizzamento delfiume descritti come tappe che scandiscono l’urbanizzazione di Pisa sono al centro del libro di Aldo Benvenuti L’espansione urbanistica di Pisa. Itinerari e ostacoli storici pubblicato da Edizioni ETS. Ultimo della sua trilogia dopo Barbaricina e San Rossore dagli ultimi Medici ai Savoia e Da Pisa alle foci d’Arno nel Medioevo, il nuovo libro di Benvenuti rappresenta il compimento di un lavorodi ricerca trentennale sullo sviluppo della città di Pisa che, lasciando sullo sfondo il succedersi cronologico degli avvenimenti, si riferisce a quel che lui stesso ama definire “la storia minuta”, la microstoria della città.
Se la comprensione dei cambiamenti dell’assetto urbanistico avviene anche attraverso l’analisi di nomi di luoghi e strade, la descrizione dello sviluppo delle due rive, prima solo la destra poi successivamente anche quella sinistra, è anche rappresentazione di comunità socio-economiche. Benvenuti approfondisce il contrapposto “percorso sociale culturale e lavorativo che intraprendono, in modo ben delineato e distinto fin dal tardo Medioevo, le due opposte rive d’Arno a occidentedella città. Le une, sulla sinistra del fiume appartenenti alla giurisdizione parrocchiale di San Giovanni al Gatano e San Piero a Grado; le altre a quella più vasta di Sant’Apollinare di Barbaricina”. Così attraverso una approfondita documentazione l’autore ricostruisce le vicende relative a due diversi casamenti, una bottega artigianale del XV secolo in San Giovanni al Gatano e una fattoria agricola della prima metà del XVI secolo in Sant’Apollinare di Barbaricina anche “per dare un’idea di come, in brevi e vicini spazi, esistano, talvolta, grandi distanze sociali ed economiche, lavorative e abitative”.
Ad accentuare la polarizzazione tra le due rive dell’Arno a occidente di Pisa contribuirà il taglio Leopoldo del 1774 dell’ansa a la Leona, meandro che si inseriva in un’ampia area dell’attuale territorio di Barbaricina. Ultimo in ordine cronologico ad aver raddrizzato il corso dell’Arno tra Pisa e la foce, dopo quello del X secolo al Gatano, nell’area Quarantola, il successivo del 1348 che ha estinto le due anse Di La Vettola e di San Rossore fino ad arrivare al taglio Ferdinando del 1606, che ha spostato a nord la foce del fiume, il taglio voluto da Pietro Leopoldo di Lorena fece accorrere per la grande opera idrica terrazzieri e braccianti da tutto il Granducato. Tuttavia mentre la riva destra di Barbaricina e San Rossore, accresciuta di superfici coltivabili, rimarrà legata all’attività agricola, la riva sinistra di San Giovanni al Gatano, l’attuale Porta a Mare, subirà una forte interazione tra la nuova manodopera e la comunità presistente che favorirà l’intensificarsi di un’attività artigiana e imprenditoriale. Un preludio all’industrializzazione della fine del secolo successivo che vedrà, invece, sulla sponda opposta lo sviluppo dell’ippica. Due mondi lontani,divisi fiscamente solo dal corso di un fiume modificato nei secoli dall’uomo: l’Arno.

Enrico Stampacchia



sabato 31 dicembre 2011

Pisa nel medioevo


Duecentotrentatre interventi archeologici negli ultimi ventun’anni: una mole straordinaria che, tra assistenze, sondaggi del suolo e scavi, ha visto protagonista il territorio di Pisa e di cui almeno la metà relativi al periodo medievale. Tuttavia non sempre i dati archeologici sono stati tradotti in un’adeguata opera di divulgazione. O almeno non lo sono stati i nuovi dati perchè sul piano editoriale i primi anni Novanta hanno prodotto ottime sintesi di studio proprio sulla topografia e l’impianto urbanistico medievale di Pisa. Anche per rispondere a questo gap informativo è uscito da poche settimane il libro dell’archeologo Gabriele Gattiglia Pisa nel Medioevo edito da Felici Editore, sintesi di un più ampio lavoro di ricerca che sarà presto pubblicato nella sua veste scientifica. Per l’autore a partire dagli anni Novanta e ancora di più nell’ultimo decennio si è consolidata una "forte attenzione della Soprintendenza per l’archeologia preventiva che ha portato ad un vero e proprio boom di scavi e ad una sempre maggior attenzione da parte dell’amministrazione cittadina nello sfruttare i lavori pubblici come occasione di conoscenza archeologica"
Ultimo in ordine cronologico, dopo Pisa Medicea e Pisa nell’Ottocento della collana Itinerari di Felici Editore, l’obiettivo del nuovo volume è quello di rivolgersi a un vasto pubblico interessato all’archeologia medievale e alla conoscenza della storia di Pisa e di ricostruire la trasformazione urbanistica a partire dall’Altomedioevo. Il libro mostra come la costruzione delle case-torri, delle mura comunali e dei grandi edifici religiosi sia la conseguenza di un periodo, tra XI e XIII secolo, in cui la città era diventata uno dei principali centri europei di crescita e, favorita da una fitta rete di porti marittimi e fluviali, si era sviluppata una classe mercantile sempre più intraprendente. "Chi legge – precisa l’autore – non troverà le date importanti che hanno fatto grande la città in questi secoli, ma cultura materiale e topografia. Il dato topografico si fa storia, l’aspetto cartografico diventa aspetto cronologico".
Così la lettura di nuovi dati archeologici può fornire risposte a fenomeni ad eventi connessi alla storia del territorio. Se, ad esempio, l’avanzamento del litorale è connesso anche all’apporto dei sedimenti trasportati dall’Arno, le cause possono essere rintracciabili anche in eventi alluvionali il cui aumento di intensità nel periodo successivo al V secolo d.C. sembra essere confermato dallo scavo presso il cantiere delle navi romane. Mettendo poi in relazione i tracciati attribuibili al fiume Auser con i dati archeologici riferibili agli scavi di via Marche e via Galluppi si può trovare conferma del fatto che un ramo del fiume scorresse proprio nelle vicinanze di entrambi gli scavi. Sempre i dati archeologici segnalano la scomparsa tra il V e il VII secolo di due approdi fluviali come quello di Isola di Migliarino e di San Rossore.
I dati raccolti indicano, più in generale, una profonda trasformazione del paesaggio avvenuta tra la tarda antichità e l’Altomedioevo: cambiamenti climatici, con i ripetuti eventi alluvionali, associati al decadimento di un sistema di organizzazione economico e sociale che rendeva possibile l’utilizzo della pianura pisana attraverso un’attenta irregimentazione delle acque, provocarono l’impaludamento delle aree pianeggianti intorno alla città e lungo i fiumi.
Tuttavia dal libro di Gattiglia emerge come storia del territorio e cultura materiale non solo siano fortemente connessi ma che lo siano attraverso un legame non unidirezionale. Lo spopolamento del territorio pisano nell’Altomedioevo non fu solo un effetto dei mutamenti ambientali ma ne fu a sua volta causa perchè non consentì più la manutenzione della rete infrastrutturale. Sarà proprio la capacità di saper sfruttare la rete idrica e la sua messa a sistema con le altre risorse territoriali ad accompagnare il grande sviluppo urbano del XI – XIII secolo. Fiumi e paludi furono sfruttati per approvigionarsi di materiali per la produzione di laterizi e vasellame e costituirono un efficace sistema di comunicazione.
Nella sua approfondita sintesi di studio a partire dall’analisi dei dati archeologici, Gattiglia chiarisce bene cosa intenda quando, nella premessa, afferma che "non può esistere storia che prescinda dallo spazio", da quello urbano della città racchiusa nel perimetro murario bassomedievale, a quello periurbano che arriva fino al Serchio e al Porto Pisano.

venerdì 30 dicembre 2011

I collegi d’eccellenza nella storia di Pisa


Ci sono libri che scaturiscono dalla fantasia di uno scrittore ed altri che invece sono il prodotto di un lungo ed approfondito lavoro di ricerca e che ricostruiscono episodi, momenti, istituzioni, comunità, talvolta dimenticati o che, se noti, hanno bisogno di essere compiutamente interpretati. E' il caso di Scuole di responsabilità. I "collegi nazionali" nella Normale gentiliana (1932-1944) di Andrea Mariuzzo, Edizioni della Normale.
Una parte della storia di Pisa, è un fatto noto, sta nella sua Università, o meglio dovremmo dire nelle sue Università, al plurale. Non esiste città in Italia che abbia istituzioni universitarie simili ai "collegi", alla Scuola Normale e alla Scuola S. Anna, dove la formazione di eccellenza prevede non solo la frequenza della Università, ma la permanenza in apposite residenze, i "collegi", appunto.
Pisa così ha avuto in sorte di essere stato luogo di formazione della élite culturale e politica, talvolta arrivata da fuori e destinata a svolgere un ruolo nazionale. Alla Scuola Normale, di origine napoleonica, nei primi anni Trenta del secolo scorso si affiancano, in un progetto ambizioso, due nuovi "collegi", il Collegio Mussolini, e il Collegio Nazionale Medico, che si rivolgono agli studenti non delle Facoltà di Lettere e di Scienze come la Normale ma a quelli della Facoltà di Giurisprudenza e di Medicina. Mentre il Collegio Nazionale Medico, istituito anche attraverso un pionieristico consorzio cui partecipano aziende, assume un ruolo più defilato, come si addice a chi è fortemente impegnato nella attività clinica, il Collegio Mussolini intende prefigurare un progetto più ampio. Lo anticipa la formazione presso la Facoltà di Giurisprudenza di una Scuola di Scienze Corporative, a capo della quale da Roma arriva Giuseppe Bottai, uno dei maggiori intellettuali messi in campo dal fascismo che lega la sua carriera politica alla elaborazione della dottrina del corporativismo, la specifica "terza via" che il fascismo, regime nuovo, vorrebbe come propria originale creazione.
Così da Pisa sede universitaria passa una parte consistente di quel dibattito, e il nuovo Collegio Mussolini dovrebbe essere una sorta di vivaio dell'intellighenzia corporativista e fascista. Alla Normale diretta da Giovanni Gentile si affianca dunque un progetto di larga portata, che Andrea Mariuzzo, giovane storico contemporaneo, studia con grande attenzione e capacità interpretativa. Seppur attraverso il Collegio Mussolini passino molti giovani che diventeranno, dopo la delusione e il crollo del fascismo, uomini prima della Resistenza poi della repubblica democratica, nel libro di Mariuzzo viene superata, come del resto in altri recenti studi relativi al fascismo universitario, l'idea affacciata nell’immediato dopoguerra che aveva ridotto questa esperienza solo ad una sorta di lunga fronda anticipatrice della presa di coscienza antifascista. Il percorso di questa generazione controversa è in realtà assai più complesso e articolato. Come lo è anche l'indirizzo del Collegio medesimo che anche tra i docenti è luogo controverso e subirà in pieno la crisi del corporativismo.
L’analisi approfondita di Mariuzzo segue da vicino anche le vicende personali e professionali dei singoli collegiali. L’autore fornisce un giudizio complessivo di questa esperienza sotto la definizione, che dà il titolo al libro, di "scuole di responsabilità", di luoghi di educazione ad una cultura professionale che trovi nella formazione umana e personale un elemento basilare e nella sua proiezione verso l'impegno collettivo una caratteristica imprescindibile. Osserva anche per i collegiali del Medico la "tendenza ad allocarsi in ruoli professionali tra i più prestigiosi degli organigrammi della sanità italiana".
Collegio Mussolini e Collegio Nazionale Medico sono confluiti, insieme ad altri collegi di altre facoltà, e per vari stadi, in quella che è oggi la Scuola Superiore S. Anna, e basterebbe questo a farne un elemento importante della storia di Pisa. Il libro di Mariuzzo ci ricorda come sia a pieno titolo parte della storia e della temperie di questa città anche quella storia più nascosta, meno visibile, ma non per questo minore, che si svolge nei luoghi universitari, nei "collegi", nelle aule, nelle biblioteche e nelle cliniche.
Enrico Stampacchia

martedì 27 dicembre 2011

Itinerari del Risorgimento a Pisa

Mancano ormai pochi giorni alla conclusione dell’anno di ricorrenza del 150° dell'Unità d’Italia e, anche per il ruolo che ha avuto Pisa in quegli anni, tra le tante guide della città vale la pena di segnalarne una particolare che ripercorre i principali luoghi e monumenti legati al Risorgimento pisano. Pubblicata ad ottobre da Edizioni Ets in occasione della riapertura della Domus Mazziniana, Un viaggio nella storia-Itinerari del Risorgimento a Pisa a cura di Fabiana Campanella (l’introduzione è di Stefano Renzoni) propone undici itinerari che difficilmente troveremmo in una guida turistica.
Se, come ricorda nella presentazione l’assessore alla cultura del Comune di Pisa Silvia Panichi, "la grandezza della Pisa medievale schiaccia con le sue meravigliose facciate romaniche i monumenti un po’ retorici e desueti del tardo Ottocento", conoscere il loro significato simbolico, i modelli artistici a cui si ispirano e gli avvenimenti evocati, con protagonisti del Risorgimento italiano, quali Mazzini e Garibaldi, in relazione con la società civile pisana, rappresenta un utilissimo percorso di "storia e memoria".

Per percepire i radicali mutamenti di prospettiva celebrativa che si sono determinati in epoche diverse basta osservare la differenza tra il monumento ai caduti di Curtatone e Montanara inaugurato nel cortile del Palazzo della Sapienza nel 1924, e lì tuttora presente, e quello precedente, inaugurato nel 1889, e dopo la sostituzione spostata nel camposanto suburbano di via pietrasantina. Al posto di un soldato riverso e morente, la nuova statua rappresentava un gladiatore trionfante.
Con lo sguardo rivolto ai caduti della prima guerra mondiale ci si orientava, rispetto alle prime intenzioni commemorative del Risorgimento, alla retorica nazionalpatriottica: al centro non sono più i caduti bensì il loro gesto eroico per la patria e, a Pisa come altrove, si gettavano le basi per una propaganda di guerra che legava in unico filo Curtatone e Montanara, la Grande guerra e la rivoluzione fascista.
Dalla lettura della pubblicazione emerge anche come l’inaugurazione di monumenti cittadini e il mutamento di toponomastica si intreccino con anniversari di noti fatti storici, che hanno coinvolto la città di Pisa, e aneddoti rivelatori di un clima politico. Un esempio è quando, nel giugno 1892, venne inaugurato il monumento di Ettore Ferrari, e contemporaneamente intitolata l’allora piazza del Ponte, a Giuseppe Garibaldi in corrispondenza del trentennale del suo sbarco a Pisa sull’ex lungarno Regio (attuale lungarno Pacinotti). L’eroe del Risorgimento, ferito in Aspromonte dall’esercito italiano per fermare l’avanzata delle sue truppe verso lo Stato della Chiesa, venne a Pisa per curarsi e alloggiò presso l’Albergo delle Tre Donzelle (accanto all’attuale Hotel Vittoria).
Tracce dell’avvenimento le possiamo riscontrare leggendo l’epigrafe (con la scritta "la barca che trasportava l’eroe Giuseppe Garibaldi ferito in Aspromonte approdava in questo luogo") tuttora collocata sul muro del lungarno dove avvenne lo sbarco. Un viaggio nella storia ci indica., tuttavia, non solo che la lapide comparve misteriosamente già pochi giorni dopo lo sbarco ma che fu subito rimossa dalle autorità locali con il benestare dello stesso Garibaldi che la vide dalla finestra del suo albergo. Si trattava di smorzare gli animi verso fatti, prima il ferimento e poi la detenzione a La Spezia dell’eroe dei due mondi, che fecerò indignare patrioti e fan di tutta Europa.
Un clima ben diverso si respirava trent’anni dopo: a tre mesi di distanza da quella di Garibaldi, nel settembre 1892, veniva inaugurata la statua di Vittorio Emanuele II di Cesare Zocchi, un solenne monumento che, sebbene dalla posa del sovrano sembrava quasi voler convincere di esser di fronte all’unico artefice dell’Unità d’Italia, anche a Pisa completava sul piano iconografico l’ormai diffusissimo trittico risorgimentale che vedeva il primo re d’Italia affiancato a Mazzini (la statua in marmo che lo raffigura era stata collocata in piazza Mazzini nel 1883) e Garibaldi.
Come fa notare Renzoni nella conclusione della sua introduzione "i monumenti spesso servono per confondere e celare, non certo per chiarire e mostrare". D’altra parte è noto come l’iconografia celebrativa sia spesso capace di sfiorare il paradosso: non occorre andare troppo lontano per vedere collocati i busti di Mazzini e Garibaldi niente meno che in mezzo alla serie di santi e profeti. Basta alzare gli occhi sotto la cupola del battistero pisano.
Enrico Stampacchia