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martedì 31 luglio 2012

Città degli orti. Intervista al vicesindaco Paolo Ghezzi sull'esperienza pisana, modello per tutta l'Italia

Il cibo come “occasione per parlare di geografia, storia, biologia”, l’alimentazione come “materia di studio completa e complessa in cui la salute del pianeta è strettamente legata a quella dell’individuo”. Nel presentare l’ultimo numero di Locus, la rivista trimestrale di cultura del territorio edita da Felici editori sul tema Pisa, città degli orti, Carlo Petrini, fondatore e presidente internazionale di Slow Food, si riferisce al progetto ”Orto in condotta” che ha ormai superato le quattrocento esperienze in Italia. Un percorso a cui, dopo aver già realizzato in proprio il progetto un “orto in ogni scuola”, il Comune di Pisa ha aderito. Un’esperienza unica in Toscana ma anche in Italia, per un così elevato numero di orti nelle scuole tutti in ambito cittadino. Ne parliamo con Paolo Ghezzi, vicesindaco del Comune di Pisa con delega anche a parchi, verde pubblico e cura della qualità urbana.

Negli ultimi anni quando si parla di educazione alimentare si tende spesso a fare riferimento solo alla quantità di calorie. Non si parla quasi mai del legame tra cibo e identità culturale, poco di qualità e di sapori. Per Slow Food il progetto “Orto in condotta” rappresenta uno strumento didattico per conoscere il territorio i suoi prodotti, i suoi legami con le stagioni, le sue ricette. Come è stato introdotto nel territorio comunale di Pisa?
Nell’anno scolastico 2007-2008 venne ideato dal Comune di Pisa il progetto “un orto in ogni scuola”. Da subito furono raccolte decine di adesioni da parte delle scuole pisane. I 35 orti scolastici, dopo un’adeguata fase di formazione, furono realizzati dalle maestre e dai bambini delle scuole pisane con il supporto logistico dell’azienda agricola Pacini e della Cooperativa Terra Uomini e Ambiente e con il supporto formativo di Slow Food. Oltre ad imparare, zappettare, annaffiare e raccogliere i frutti del proprio lavoro, nel primo anno i bambini realizzarono anche migliaia di biglietti di auguri colorati messi in vendita per acquistare alberi da frutto da piantare nel giardino della propria scuola. L’anno successivo il progetto degli orti pisani si è evoluto ed è stato accolto nel progetto “Orti in condotta” della rete nazionale Slow Food formalizzata con la firma di un protocollo alla presenza di Carlo Petrini nel corso del convegno “Mai fragole a dicembre”. Un ingresso prorompente, tanto da costituire ancora oggi la più capillare diffusione di orti in ambito scolastico di tutta Italia.

Qual è stato il procedimento per realizzare gli orti?
C’è stata una naturale evoluzione nel tempo. Con sopralluoghi mirati nei giardini scolastici sono stati individuati i luoghi più adatti per accogliere l’orto prevedendo l’esecuzione in cassette nel caso in cui le condizioni non consentissero di utilizzare direttamente il terreno naturale. Alle classi sono state assegnati kit di attrezzi e semi per dedicarsi all’attività di orticultura. In alcune scuole sono stati distribuiti biocomposter per il trattamento di rifiuti organici, in altre sono state seminate windflowers per creare un prato di fiori spontanei. Percorsi specifici sono stati previsti per i racconti degli ortolani anziani, per il recupero di materiali e per il risparmio di risorse. L’attività è stata arricchita con temi ambientali e con percorsi proattivi per richiamare le farfalle nei giardini delle scuole. Direi un grande successo di un progetto semplice. Vedo, infatti, un'inversione di tendenza: per decenni c’è stato il fuggi fuggi, l’orto era sinonimo di arretratezza, di povertà. Ora si sta riscoprendo che la ricchezza è mantenere il rapporto con il territorio.

Un messaggio anche sul piano educativo…
C’è una filiera di valori che cerchiamo di recuperare anche, e soprattutto, con i bambini delle scuole. Uno dei messaggi principali che cerchiamo di trasmettere è che tutti devono e possono avere un ruolo nel processo di cura dell’orto: proprio come dovrebbe accadere nella società civile. Chi zappetta la terra ha bisogno, per vedere un buon risultato, di chi sparge i semi, di chi toglie le erbacce, di chi ogni giorno fornisce un po’ d’acqua. E’ una lovoro di gruppo e, se guardiamo bene, un ruolo non è più importante dell’altro: per arrivare in fondo ogni attività è indispensabile e va fatta con cura per non vanificare gli sforzi di tutti. E tutti devono avere rispetto del lavoro altrui. Questo vale nell’orto ma, più in generale, dovrebbe valere nella società. Non esiste una società che possa definirsi equilibrata e che aspiri a una elevata qualità di vita se non è in grado di valorizzare il lavoro di tutti. Siamo legati al ruolo che ciascuno di noi svolge. E’ una catena di gesti tutti ugualmente importanti. Non esiste un lavoro più dignitoso di altri e per un risultato finale di qualità difficilmente ci si può ritenere autosufficienti.

A cosa è dovuto un così grande successo?
Forse allo stimolo dell’immaginazione, ma soprattutto alla semplicità della proposta e ai tanti significati che essa racchiude. Dall’insegnamento ai bambini al ciclo delle stagioni e dei frutti che la terra mette a disposizione nei diversi periodi all’impegno per veder crescere i risultati del proprio lavoro; dal rispetto per l’ambiente comune all’educazione con esperienze dirette e ad un corretto ciclo di alimentazione. In generale l’attività nelle scuole vuole essere uno stimolo alla capacità di valutazione autonoma del bambino in controtendenza e da contrapporre alle infinite sollecitazioni mediatiche e di costume.

Sono nate anche le “Ortimpiadi”…
Sì, come progetto in collaborazione tra il Cus Pisa e l’associazione Orti pisani per promuovere la sinergia tra il piacere del movimento e dello sport ed il piacere di mangiare sano e buono. Dopo una prima edizione al Cus Pisa le Ortimpiadi sono state organizzate nel 2011 anche sul Ponte di Mezzo chiuso, per l’occasione al traffico, e reso verde con prati e piante. Si tratta di gare a carattere ludico-sportivo che coinvolgono sia le competenze fisiche sia quelle di orticoltura ed alimentazione dei partecipanti. Il progetto prevede oltre alla giornata finale con le gare, la realizzazione di orti presso la sede del Cus Pisa o in altre zone della città; la realizzazione di un percorso formativo di educazione allo sport e di educazione alimentare, collegato alla realizzazioni degli orti nelle scuole cittadine. Si impara giocando con “la corsa del cavolo”, con “rubaravanello” e con “il lancio della patata”.

Il Comune di Pisa ha anche istituito una giornata interamente dedicata ai temi dell’Orticultura?
Sì, con una delibera del 2010 è stato istituita, nella giornata internazionale dedicata all’Africa, il 25 maggio, una giornata che Pisa dedica ogni anno ai temi dell’orticultura coinvolgendo i bambini e le loro famiglie.

Dai risultati del progetto un orto in ogni scuola e poi un orto in condotta si è fatto carico di una ambiziosa iniziativa: promuovere l’educazione e la formazione agro-ecologica in alcune scuole della città brasiliana di Corumba con cui Pisa ha sottoscritto un patto di amicizia e solidarietà. Che risultati avete ottenuto?
C’è stato un percorso parallelo a Pisa e in Brasile con modalità e tempistiche diverse. Ciò aiuta i bambini e loro famiglie a comprendere meglio che ciò che cresce a Pisa non può crescere nello stesso momento a Corumba e che ogni territorio vive il suo tempo e la sua specificità alimentare che va preservata e valorizzata. Nello specifico, Corumbà è una città che vive sul piano sociale una situazione drammatica. L’obiettivo del progetto è quello di spezzare la catena che lega giovanissimi e criminalità attraverso la promozione all’interno delle scuole di attività di formazione relativa al settore agro-ecologico. In questo modo le famiglie, spesso con un bassissimo reddito, possono beneficiare direttamente delle attività del progetto. Nelle proprie abitazioni, gli orti possono divenire una fonte di sostentamento ed autoalimentazione. Il progetto ha avuto come scopo anche quello di mettere in rete i bambini delle scuole pisane con quelle delle scuole brasiliane. I contatti via web hanno costituito un ulteriore elemento di arricchimento del progetto.

Il Comune di Pisa ha redatto un disciplinare per potenziare la pratica degli orti sociali anche in città e non solo in alcune periferie. Finora l’aumento degli orti in città è stato particolarmente significativo?
Il disciplinare è stato redatto attraverso un lavoro lungo e multidisciplinare coinvelgendo direttamente anche gli ortolani al fine di razionalizzare, prima, le esperienze già realizzate come quella de I Passi e soprattutto del Cep e di crearne, poi, delle nuove. L'obiettivo è quello di dotare ogni circoscrizione di una realtà come quella esistente al Cep. Vanno individuate le aree ottimali e creati percorsi di investimento sociale ed economico. Per realizzare l'intero progetto ci vorrà la prossima consiliatura. I prossimi orti sociali previsti dovrebbero essere nella zona di via Norvegia anche se stiamo conducendo, con il contributo di Regione e CNR, uno studio per la localizzazione ottimale di queste aree anche da un punto di vista pedologico e della qualità dei terreni.

C’è chi sostiene che bisognerebbe superare l’attuale normativa che prevede la realizzazione di orti urbani nelle sole aree individuate come aree agricole urbane perché potrebbero essere realizzati anche nelle aree individuate come aree a verde attrezzato. Che ne pensa?
E’ un discorso molto complesso e delicato, è un’idea suggestiva ma effettivamente difficile da concretizzare nella sua realizzazione pratica. Bisogna far convivere esigenze diverse e c’è un limite oltre il quale è difficile trovare un equilibrio. Il problema delle responsabilità e di chi si prende cura degli spazi non è secondario e difficilmente lo si può delegare alla buona volontà di qualche volontario. Già in passato i percorsi non sufficientemente controllati hanno dato risultati deludenti e molto lontani anche dalle finalità per cui erano nati.

Siamo abituati agli orti come caratteristica della campagna o dell’estrema periferia spesso con recinzioni molto meno curate rispetto a quelle dei giardini. Magari per gli orti in città potrebbero essere maggiormente valorizzati elementi di arredo urbano come ad esempio delle belle recinzioni per le quali, a dire il vero, Pisa non si è mai particolarmente distinta.
Questo è un passaggio culturale che potrebbe davvero generare una svolta. La cura dell’orto deve recuperare la capacità di trasmettere sensazioni visive ed emozioni. Un orto curato, nella disposizione degli spazi e nella qualità degli arredi, descrive uno stato d’animo, un atteggiamento mentale, un rapporto sereno con quel che si sta facendo. L’orticultura può risultare anche un percorso efficace per recuperare serenità e per favorire socialità. L’estetica e la pulizia del luogo possono diventare, in questo senso, uno specchio eloquente del proprio equilibrio interiore e del piacere di aprirsi agli altri offrendo il meglio di sé.
Enrico Stampacchia 

mercoledì 13 giugno 2012

Incontri di un cronista delle lettere Presentato il nuovo libro del gionalista letterario Giovanni Nardi

Una galleria di ricordi e di emozioni, di fuori scena raccontati da un “cronista delle lettere”. Icone della letteratura quali Jorge Amado, Tiziano Terzani, Roberto Ridolfi, Vargas Llosa, Enzo Biagi, Adonis, Karen Blixen, Tomas Tranströmer conosciuti nel corso della lunga carriera professionale di giornalista e rivelate nel loro genio e nella loro dimensione umana. Nobel, quasi Nobel, non Nobel. Incontri di un cronista delle lettere è il nuovo libro di Giovanni Nardi,  tra i più stimati giornalisti letterari, per molti anni responsabile centrale dei servizi culturali del quotidiano  La Nazione, dopo averne diretto, dal 1964 al 1982, la redazione pisana. Pubblicato da Felici editori, il volume è stato presentato (per la seconda volta a Pisa) nell’ambito delle manifestazioni del Giugno pisano da Marco Santagata, critico letterario e docente all’Università di Pisa, Silvia Panichi, assessore alla cultura del Comune di Pisa, Mauro Del Corso, presidente associazione amici dei musei,  Renzo Castelli, giornalista, e Athos Bigongiali, scrittore e giornalista.

Come scrive Athos Bigongiali nella prefazione è “un libro confidenziale, un diario intimo, un’amabile  confessione di vicende professionali e di vita vissuta a fianco di tanti libri e dei loro autori”. Per Bigongiali “ogni incontro è una sorpresa. E’ il regalo inaspettato di una curiosità, di un aneddoto, di un episodio particolare e inedito”. Incontri narrati non come “mere cronache” ma come occasioni “per ulteriori riflessioni, approfondimenti, ricerche e veri e propri esercizi di memoria” senza “mai un pettegolezzo però”. Leggendo il suo libro, Nardi ci dà un esempio di quel che dovrebbe essere il mestiere di cronista. Un esempio che troviamo sempre meno frequentemente sfogliando pagine di giornali molto piene di gossip, ma poco di informazione su fatti, vicende e personaggi. Sul tema del giornalismo Nardi racconta nel libro le sue conversazioni con Terzani che sosteneva: “è un mestiere, ma non come tanti. Non è una cosa che fai andando a lavorare alle 9 del mattino e uscendone alle 5 del pomeriggio; è un atteggiamento verso la vita che muove dalla curiosità e finisce per diventare servizio pubblico: è missione. E senza missione non è un mestiere da fare”. In Italia, invece, Terzani avverte “una contiguità, un ossequio, un servilismo nei confronti del potere che sono il contrario di quel concetto di ‘quarto potere’ che dovrebbe caratterizzare il lavoro del giornalista“. 

Secondo Santagata è significativo il sottotitolo del libro “incontri di un cronista delle lettere” perché “Nardi è stato il cronista principe di questa città e anche quando è passato alle pagine culturali non ha smesso di essere cronista, un cronista della cultura” che nel raccontare la storia degli altri “si astiene da giudizi di valore”. Così come “si astiene da graduatorie e classifiche” perché non si può “sezionare e incasellare la letteratura se la letteratura è vita”. I personaggi sono “quasi tutti accomunati da essere uomini di mondo”, girovaghi a volte esiliati per motivi politici ma mai “in una condizione di sradicamento”. Si può viaggiare per il mondo, “non avere una patria ma avere lo stesso un’idea di appartenenza”. Per Santagata la fedeltà ai luoghi “presuppone un’altra fedeltà che è ancora più forte, quella della memoria che rappresenta un tema “molto presente nel libro”. Attraverso le storie di quei personaggi Nardi “disegna un suo autoritratto”, si nasconde “dietro gli altri per dire quel che pensa”. Fa il cronista, mestiere sempre più spesso dimenticato.    
Enrico Stampacchia

lunedì 11 giugno 2012

L'arte e la scuola che non c'è. Un libro racconta l'esperienza di Ilario Luperini

Motivo profondo della comunicazione, ricerca intorno ai significati e ai valori delle cose, momentanee verità non vincolate alle esigenze strumentali del mercato e della moda. La riflessione sull’arte nelle sue molteplici manifestazioni e soprattutto sull’importanza dei valori vformativi dell’educazione artistica è al centro del nuovo libro di Ilario Luperini L’arte e la scuola che non c’è pubblicato da Edizioni Ets e presentato giovedì 7 giugno nella sala, gremita per l’occasione, del Consiglio dei Dodici in piazza dei Cavalieri da Lucia Tongiorgi Tomasi e Alberto Batisti con l’introduzione del presidente del consiglio comunale di Pisa, Titina Maccioni, del dirigente scolastico del Liceo “F. Russoli” di Pisa, Gabriella Giuliani, e con il saluto del sindaco di Pisa, Marco Filippeschi, del presidente Fondazione Cavalieri di Santo Stefano, Umberto Ascani, del presidente dell’Associazione Amici dei musei e dei monumenti pisani, Mauro Del Corso.

Preside per ventitré anni, dal 1983 al 2006, dell’Istituto Statale d’Arte (oggi liceo) Russoli di Pisa, che quest’anno festeggia il cinquantesimo anniversario della sua fondazione, Luperini nel suo libro riesce molto bene a tenere insieme i risultati di questa esperienza con una riflessione sull’arte e sulle caratteristiche che dovrebbe avere un buon sistema formativo, quella scuola che in Italia non c’è, o almeno, ci piacerebbe poter dire, non c’è ancora.

Luperini particolarmente attento agli aspetti pedagogici, parte “da una constatazione: la prima componente che entra in causa nell’arte del disegno è la mano”. Sebbene vi siano “prove inconfutabili sul fatto che la nascita e lo sviluppo dell’intelligenza umana” abbiano avuto origine con la trasformazione degli arti superiori, “si è sempre ignorato il ruolo cognitivo che le attività della mano svolgono”. Per Luperini “sembra ormai accertato” che, nel processo di apprendimento, “il percorso verso l’autonomia critica parte” dal “sapere come”, quello operativo-performativo, e arriva al “sapere perché”, quello di una conoscenza di carattere esplicativo, attraverso il “sapere che”, ovvero quello di una conoscenza di tipo descrittivo.

Nel libro di Luperini si dimostra come “la questione dei valori formativi dell’educazione artistica” possa risolversi “solo a condizione che non sia mai scisso il momento storico-critico da quello operativo”. Una formazione incardinata sulla creatività, che “non deriva solo dall’intuito ma anche da conoscenze sistematiche” necessarie a gestire la progettualità, “non può che basarsi sull’attività produttiva, cioè sulla partecipazione attiva alla produzione culturale e non solo sulla semplice accettazione, seppur critica, di elaborazioni, ricerche e scoperte sviluppate da altri”. Potenzialmente la scuola artistica mette gli allievi in una condizione di immaginare, progettare, “trasformare un’idea in un oggetto”.

Luperini passa anche in rassegna le esperienze realizzate sul territorio. L’autore osserva che se i lavori dei ragazzi hanno dimostrato “estrema originalità di approccio e grande varietà di realizzazione”, il motivo dipende dal fatto “che durante tutto il percorso sono sempre stati invitati a far riferimento all’esperienza concreta, all’osservazione consapevole e analitica e a come la propria esperienza entrava in relazione” con quella degli altri “e con gli spazi e le realtà circostanti”.
 
“L’istituto d’arte Russoli – ha sottolineato Filippeschi – rappresenta un’esperienza di sperimentazione nazionale. Pisa è la città delle esperienze di riferimento nazionale nel sistema formativo. Un patrimonio costruito dall’impegno culturale e civico. Questo libro è un manuale dell’impegno: ci sono le idee e ci sono le esperienze”.
 Enrico Stampacchia

venerdì 8 giugno 2012

Saint Gobain 1889-1983: un secolo di industria, lavoro e società a Pisa nel libro di Renato Bacconi

La fabbrica, la città, il lavoro: la storia di un insediamento produttivo, ma anche la storia del contesto in cui si sviluppa. Renato Bacconi, già segretario della Camera del Lavoro di Pisa dal 1981 al 1990, una lunga carriera di militanza sindacale, ha pubblicato in questi giorni per la casa editrice della Biblioteca Serantini il libro Saint Gobain. Un secolo di industria, lavoro e società a Pisa (1889-1983) che sarà presentato venerdì 8 giugno alle ore 17.30 presso la CGIL-Camera del lavoro provinciale da Gianfranco Francese, Cgil, Michele Battini, Cristiana Torti e Mauro Stampacchia, dell’Università di Pisa, Paolo Ghezzi, vicesindaco del Comune di Pisa, oltre che dall’autore.
Presente a Pisa sin dall'ultimo decenio dell'Ottocento, dagli anni cioè del vero decollo industriale italiano, la Saint Gobain, la fabbrica per antonomasia della città, è una fabbrica francese, le cui origini, seppur con un nome diverso, risalgono al XVII secolo. L’insediamento produttivo porta a Pisa metodi di lavoro in grado di superare quello del “maestro soffiatore”, si avvale di tecnologie all’avanguardia e cresce rapidamente nel suo insediamento di Porta a Mare diventando un luogo essenziale della industrializzazione pisana.
Pisa è città sede, come scrive Bacconi, di "un composito e esteso universo sociale formato sia dal popolo dei mille mestieri, instabili e precari, insediato nelle aree più degradate del centro storico, sia da una larga parte degli strati artigianali e dei nascenti nuclei di lavoratori di fabbrica". Storici come Lorenzo Gestri, Umberto Sereni, Alessandro Marianelli, Franco Bertolucci hanno tracciato il quadro: anarchici e repubblicani che esprimono il naturale ribellismo, profeti del "liberato mondo", socialisti che lavorano alla organizzazione del lavoro e del sindacato. Bacconi, scrivendo la storia di un secolo, ha il pregio di presentare la materia in forma divulgativa, ma non priva di spunti analitici importanti. L’autore indaga a fondo tutti i contesti nei quali si situa la vicenda della Saint Gobain, raccontando insieme la storia di una industria, e di una città, del mondo del lavoro e della società cittadina, con un contributo prezioso allo studio della storia di Pisa nel Novecento.
Scrive nella prefazione Maurizio Antonioli: "raccontare la storia della Saint Gobain a Pisa significa ripercorrere le tappe principali dello sviluppo industriale italiano e della lotte per la conquista dei diritti dei lavoratori". Renato Bacconi è stato protagonista e testimone delle vertenze sindacali della Saint Gobain del secondo dopoguerra, ma non scrive solo nella modalità della memoria, abbraccia piuttosto gli strumenti della ricerca storiografica, esamina documenti e archivi, racconta vicende e passaggi essenziali, costruisce un ampio ed efficace affresco. La sua partecipazione al mondo del sindacato e del lavoro dà alla sua narrazione la capacità di tratteggiare sentimenti e comportamenti del mondo operaio, dall'interno di quel mondo.

lunedì 4 giugno 2012

Officine della follia Il libro sul manicomio di Volterra

Addestrare al lavoro ripetitivo, ammansire, ma spesso anche assopire ogni istinto vitale rendendo incapaci di opporre resistenza ai voleri altrui, “di esprimere i propri malesseri attraverso parole, suoni o urla”. L’obiettivo della “progettazione di un uomo nuovo” propria dei fondatori del  moderno paradigma psichiatrico e dell’istituzione manicomiale “veniva in parte raggiunto”. Un uomo nuovo, un uomo “istituzionalizzato” che era “però spesso ridotto ad un simulacro di se stesso”. Docile, ma di una “docilità che non è neppure in grado di esprimere valori positivi”, di una “docilità che equivale al non essere”.
Il libro Le officine della follia – Il frenocomio di Volterra (1888-1978) di Vinzia Fiorino pubblicato da Edizioni Ets sarà presentato lunedì 4 giugno alle ore 17.30 presso la sala consiliare dell’Amministrazione provinciale in piazza Vittorio Emanuele da Silvia Pagnin, assessore alla Cultura della Provincia di Pisa, Massimiliano Casalini, consigliere provinciale, Roberto Cappuccio, psichiatra, psicoterapeuta e con la partecipazione della stessa autrice.
Il volume non si limita a denunciare le finalità di una logica manicomiale più interessata alla custodia, e a mantenere alto il numero dei degenti, che alla cura e al reinserimento. Non è la fotografia di una situazione statica. Ripercorre i novant’anni di storia del manicomio di Volterra e ricostruisce in modo dettagliato le evoluzioni (e anche talora le involuzioni) e le caratteristiche originali che l’hanno contraddistinto, dalla sua nascita come cronicario, alle esperienze d’avanguardia negli ultimi anni precedenti alla dismissione. Frutto di una ricerca accurata, proposta dall’autrice alla Provincia di Pisa e pubblicato con il contributo della stessa, il libro descrive molto bene l’esperienza della struttura manicomiale di Volterra in rapporto anche ai modelli culturali che l’hanno legittimata, ma anche le storie, i singoli casi umani di chi vi ha abitato.
L’ergoterapia, la terapia del lavoro  ha contraddistinto la storia del manicomio di Volterra.
Introdotta da Luigi Scabia, direttore del frenocomio per trentaquattro anni a partire dal 1900, la terapia del lavoro prevedeva che all’interno del maniconio-villaggio open door, “una sorta di piccola città indipendente fondata sul contributo lavorativo di tutti” dove poter girare liberamente “nei viali così come nelle strade della cittadina volterrana”, si coltivasse, si fabbricasse, si producesse. Il lavoro è parte del progetto terapeutico e le esperienze lavorative si estenderanno anche al di fuori della struttura (basti pensare agli scavi che negli anni Cinquanta “porteranno alla luce l’antico teatro romano di Volterra”).  
Il termine “officine”, significativamente inserito nel titolo dall’autrice, ha, però, anche un altro significato metaforico. L’obiettivo per incrementare la popolazione, che nel 1940 raggiungerà il suo massimo con 4547 presenze, era quello “di accaparrarsi fette sempre più importanti di un incredibile mercato, quello dei soggetti in esubero dei vari manicomi italiani”.
Una politica fatta di convenzioni con il maggior numero di Province italiane determinerà l’afflusso di pazienti da aree lontane. A prevalere saranno le ragioni istituzionali prima ancora di quelle determinate dal dibattito scientifico dell’epoca. Se in precedenza l’esigenza dei legami affettivi e delle relazioni tra le famiglie e le istituzioni manicomiali avevano primeggiato, “per i soggetti che giunsero a Volterra in seguito a convenzioni” le mediazioni con le famiglie sarebbero state molto esigue o del tutto inesistenti.
Tuttavia dopo la lunga direzione Scabia, negli anni Trenta le esperienze terapeutiche successive si allineeranno con quelle in uso sul resto del territorio nazionale durante il periodo fascista: malarioterapia, insulinoterapia, elettroshock, lobotomia. Nel secondo dopoguerra l’ergoterapia continuerà ad essere praticata, “ma subirà un notevole declassamento: da pratica terapeutica principale” sarà indicata “solo nella fase precedente alle dimissioni, quindi come una sorta di terapia-cuscinetto che prelude il reinserimento del paziente nella vita civile”. Oltre a quelle scioccanti, già in auge, le nuove vere terapie saranno quelle farmacologiche.
Le evoluzioni più significative si affermeranno a partire dagli anni Sessanta quando inizierà ad emergere il tema del reinserimento dell’ex degente, ma sarà solo nel decennio successivo che muterà completamente la concezione stessa del malato: “i quadri diagnostici cominciavano a restare sullo sfondo , mentre le indagini psicologiche, le relazioni familiari, le condizioni materiali acquistavano un inedito rilievo”. Considerare i ricoverati non più oggetti di controllo, ma soggetti di relazioni sociali e di bisogni “ha significato sovvertire lo spazio manicomiale”.
La stessa ergoterapia iniziò ad essere respinta perché non era concepita come strumento dell’affermazione della propria personalità, un mezzo per fare apprezzare il proprio talento.
Il lavoro per il lavoro, invece, contribuisce solo ad accentuare un processo di disgregazione e a ridurre gli stessi internati, ancora una volta, a informe massa operativa. 
“Il riconoscimento del malato come soggetto di autodeterminazione è stata la più importante delle rivendicazioni portate avanti dal movimento che in qualche modo faceva riferimento a Franco Basaglia” e che nel 1975, tre anni prima dell’approvazione della legge 180, porterà anche a Volterra alla trasformazione dell’ospedale in comunità terapeutica. 
Enrico Stampacchia 

Fonte: http://www.pisainformaflash.it/notizie/dettaglio.html?nId=10621

mercoledì 23 maggio 2012

Presentazione all'Arsenale della monografia su Gianni Toti

Protagonista della videoarte internazionale, scrittore, giornalista, poeta, partigiano, cineasta, inventore di linguaggi e di interferenze feconde fra pagina e schermo, impegno sociale e avanguardia. Per ripercorrere l’itinerario artistico di Gianni Toti (Roma, 1924-2007), dalla vicenda umana ai linguaggi e all’impegno intellettuale, è uscita  la monografia, pubblicata da Ets, Gianni Toti o della poetronica a cura di Sandra Lischi studiosa e storica delle arti elettroniche all'Università di Pisa e collaboratrice per alcuni anni dello stesso Toti, e Silvia Moretti, perfezionanda alla Scuola Normale Superiore e studiosa dei rapporti fra letteratura, televisione e video.
Il volume, che mercoledì 23 maggio alle ore 18.00 sarà presentato, con proiezioni di video,  al cineclub Arsenale da Stefania Stefanelli, della Scuola Normale Superiore, e Italo Moscati, regista e protagonista della sperimentazione RAI, e dalle curatrici,  raccoglie una molteplice varietà di scritture e si presenta in modo molto creativo anche sul piano grafico ed editoriale. Il libro, che rappresenta la prima monografia sull’autore della poetronica, contiene testimonianze e documenti inediti con scritti, oltre che di Lischi, Moretti e dello stesso Gianni Toti, anche di Anna Barenghi, Michel Chion, Marco Maria Gazzano, Ando Gilardi, Mario Lunetta, Marc Mercier, Italo Moscati, Rossella Rega, Tarcisio Tarquini, Giuseppe Zagarrio.
Considerato in tutto il mondo come uno dei padri delle arti elettroniche, Toti conia il termine “poetronica”  per indicare la “poesia elettronica”. L’attività di produzione video di Toti si intreccia, nei suoi esordi, con la realizzazione di una struttura Rai, il “Servizio Programmi Sperimentali”, fondata nel 1968 e trasformata nel 1976 in “Settore ricerca e sperimentazioni programmi”. L’obiettivo era quello di sviluppare, in assenza di specifiche direttive aziendali e di adeguate risorse, linee di ricerca improntate alla sperimentazione e studi sul linguaggio e sulla comunicazione televisiva in rapporto al colore, alla musica, alla scienza, alle arte figurative, alla poesia. In quest’ultimo ambito trovarono spazio le proposte di Toti.
In uno degli scritti della monografia Anna Barenghi sostiene che con la sua prima opera video Per una videopoesia del 1980 Toti coglie le potenzialità creative dell’elettronica. Il suo scopo non è semplicemente quello “di trasporre per la Tv poesie esistenti”, ma di creare poesia con il mezzo video trovando nel linguaggio elettronico e nelle sue specificità, poco utilizzate nella normale comunicazione televisiva, le figure per il proprio discorso poetico. La trasfigurazione di parole e forme è in sintonia con la musica come in una “sinfonia visiva”. Nel primo dei successivi Tre videopoemetti Toti con una voce sottoposta ad alterazioni sonore, recita più volte il sonetto Voyelles di Arthur Rimbaud. Le suggestioni cromatiche del poeta francese sono riprodotte nella lettura anche attraverso la deformazione elettronica delle cinque vocali.
L’itinerario creativo di Toti non si esprime solo nell’utilizzo di mezzi tecnicamente più evoluti. Come sottolinea Sandra Lischi “negli anni Ottanta Toti diventa un maestro di sperimentazione in elettronica internazionalmente conosciuto, premiato, celebrato (più all’estero che in Italia) tra i pionieri più radicali e più colti del panorama video”. Tuttavia per Lischi la lezione più alta di Toti sta proprio nella poetica e nella pratica artistica “della compresenza e dell’assunzione “totale” dei linguaggi”.
In uno degli scritti pubblicati nella monografia Marco Maria Gazzano sostiene che per Toti “la possibilità tecnica odierna di intervenire, per mezzo delle apparecchiature elettroniche sia di ripresa che di montaggio, all’interno dei singoli frames (gli equivalenti elettronici del fotogramma d’ascendenza fotografica e filmica) fino a raggiungere le più piccole unità di luce che compongono l’immagine e a ristrutturarle, impone un cambiamento di prospettiva radicale nei confronti dell’immagine: che da ri-prodotta e ri-conoscibile diviene finalmente “producibile” e “conoscibile”. (…) La possibilità elettronica di produrre immagini ad alta velocità (…) avvicina la capacità delle macchine di suggerire immagini a quella del cervello”. Così l’autonomia della macchina, dell’elaboratore elettronico è “più una illusione ottico percettiva che un’autentica realtà” e da un punto di vista espressivo “il lavoro di sperimentazione delle nuove macchine non può essere azione solo da tecnici ma anche da poeti”. 

Enrico Stampacchia

martedì 15 maggio 2012

Pisa al Salone del Libro di Torino. Se il bue si riconosce dalle corna l’uomo lo si riconosce dalla parola

“Parole, parole, parole…” Non è esattamente l’inno nazionale, ma sul piano del costume poco ci manca. Si dice anche “parole al vento”, si intende parole non supportate da fatti. Ma se la conoscenza della nostra tradizione, specialmente quella politica, proverebbe facilmente l’esistenza di parole senza fatti, che dire del contrario? Possono esistere fatti senza parole? “Immediatamente dopo il loro accadere i cosiddetti fatti esisteranno solo se qualcuno li sostanzierà con le parole. Tutto il lungo passato della nostra umanità è costituito da fatti, ma nessuno esisterebbe per noi se qualcuno non li avesse racchiusi in scrigni di parole in grado di conservarli“. Nel suo nuovo libro Detto fatto, sugli usi e sugli abusi delle parole appena pubblicato da Edizioni Ets e presentato in questi giorni al Salone internazionale del libro di Torino, Piero Paolicchi, già docente di psicologia sociale all’Università di Pisa, afferma che se il bue si riconosce dalle corna l’uomo lo si riconosce dalla parola e indica come per il senso comune e le scienze umane “le parole possono essere pietre con cui colpire, bisturi con cui curare, vessilli dietro cui far muovere intere masse”. Capirle vuol dire conoscere la loro storia, ma anche interrogarsi sul "cosa sta facendo" e non solo sul "cosa sta dicendo", significa capire chi le pronuncia, il "pulpito da cui viene la predica". Per capire meglio i fatti è necessario interrogare “le parole con cui sono narrati”.
Un viaggio nel mondo sempre meno frequentato delle parole dove l’autore alterna i registri del saggio scientifico erudito con quelli dell’ironia e del parlare popolare. Storie singolari ma interpretabili solo sullo sfondo delle vicende a cui va incontro ogni linguaggio diffondendosi e modificandosi, arricchendosi o impoverendosi. Le patologie determinate nella nostra lingua dai moderni modi di comunicare vedono in televisioni e cellulari i veicoli primari di contagio. Tuttavia come i giochi di parole sono spesso anche giochi di potere così l’imbarbarimento e l’impoverimento linguistico si accompagnano sempre a quello culturale e morale.
Paolicchi ci ricorda che “il patrimonio di cultura a cui tutte le parole contribuiscono, non possono essere lasciate sulla bocca e nella testa, dei molti o pochi che le usano, le abusano o le accantonano in un dato momento sulla base di mode casuali e momentanee, ma deve essere protetto in quel mondo più indipendente dagli scambi comunicativi che è il mondo della scrittura”. Così se si parla e si ascolta per esigenze del momento, si scrive sempre per il dopo. Messaggi che potranno essere recepiti “anche dopo giorni, anni o secoli”.
Enrico Stampacchia