indice

venerdì 31 agosto 2012

Quando il simbolo non è il diritto ma lo storto. Intervista a Francesca Bianchi, autrice del libro “Torre Superstar”

Non solo nelle cartoline o nelle insegne quale simbolo grafico dell'Italia ma in film, telefilm, spot, fiction e animazione. "Un'immagine che ci ricorda che anche far le cose storte a volte può essere glorioso" sottolinea Dario Marianelli, premio Oscar 2008, nella sua introduzione al nuovo libro Torre superstar di Francesca Bianchi pubblicato da Felici Editore con il contributo dell'assessorato al turismo della Provincia di Pisa e la collaborazione del Comune di Pisa. La protagonista è ancora una volta lei, la Torre pendente, oggetto di un bel libro, interessante e originale, che parla di Pisa attraverso le immagini della piazza dei Miracoli, del Campanile girate dalla macchina da presa e immortalate nelle scene dei film di tutto il mondo. Ne parliamo con l'autrice Francesca Bianchi, giornalista della redazione di Pisa de La Nazione, laureata in storia e critica del cinema e autrice, insieme a Luigi Puccini, del Dizionario del Cinema per ragazzi.

Da cosa è nata l'idea del libro? 
Tutto è nato come un gioco. Quando mi resi conto che l'immagine della Torre compariva quando meno te lo aspettavi iniziai ad appuntarmi tutte le volte in cui appariva e costatai che i casi erano moltissimi.

Quarantasei film veri e propri, venti di animazione, diciannove spot a cui se aggiungiamo anche telefilm, fiction, videoclip complessivamente si raggiunge la cifra di centouno. Come hai fatto a trovarli tutti?
Sono tanti anche perché sono stati presi in considerazione non solo i film girati a Pisa ma anche quelli in cui la Torre veniva solo citata, quando compariva o comunque c'era un riferimento ad essa. Ho iniziato da alcuni film ormai nella memoria come Amici miei. Mi ci sono appassionata e presto la ricerca è diventata un giochino collettivo in cui sono stati coinvolti anche amici e conoscenti che magari in singoli ambiti, come ad esempio quello dei cartoni animati giapponesi, avevano già collezionato  molte citazioni sulla Torre. Lo sprint finale l'ho avuto con la maternità. Il libro è nato insieme a mia figlia.   

La scena più famosa è certamente quella di Amici miei atto II in cui viene reclutata un'intera comitiva di turisti giapponesi per sorreggere con una fune la Torre che, dalla voce di un megafono, si sosteneva stesse per cadere. Hai avuto modo di contattare l'unico sopravvissuto del cast dei cinque attori, Gastone Moschin. Cosa ti ha colpito di più del suo racconto?
Il fatto che questo clima goliardico ci fosse realmente. Quell'episodio, la zingarata sotto la Torre, è stato significativo perché la comitiva di giapponesi reclutata non sapeva davvero che stessero girando la scena di un film. Quei turisti erano comparse inconsapevoli. Molti erano preoccupati e pensavano che realmente la Torre stesse per cadere. E' stato tutto uno scherzo,  ma anche una delle scene più riuscite del film.

Tra i film citati nel tuo libro quale sono quelli da te preferiti?
Non è facile fare una scelta. Sono molto affezionata ai film dei Taviani. Nei loro film ha recitato anche il fratello di mia nonna e sui Taviani ho scritto la mia tesi di laurea. In uno dei loro film, Padre padrone, tratto dall'omonimo romanzo di Gavino Ledda, c'è una scena girata a Pisa. Il protagonista, lo stesso autore del romanzo, cresciuto in pieno isolamento, nella Sardegna degli anni Quaranta, aiutando il padre a governare il gregge nei pascoli, arriva a Pisa perché è reclutato nell'esercito. Sale sulla Torre, si siede e guarda di sotto pensando alle parole, al loro significato, alla lingua italiana. E' l'inizio della svolta nella sua vita che lo porterà a passare da analfabeta a letterato e glottologo. E' uno dei film che ho nel cuore. Nella lista dei miei preferiti c'è poi, oltre ad Amici miei, il film Noi siamo le colonne, un gioiellino girato nel 1956 da Giuseppe D'Amico su tre amici studenti all'Università di  Pisa (Vittorio De Sica, Franco Fabrizio e Aroldo Tieri) a cui gran parte dei pisani di quella generazione sono affezionati. Se il palazzo della Sapienza, piazza Dante e i lungarni, simbolo della vita goliardica, sono spesso protagonisti assoluti dell'inquadratura, in realtà a riempire lo schermo sono i volti delle tantissime comparse pisane. Per un mese le strade di Pisa si trasformarono in un set pieno di star del cinema italiano.

...e le immagini che ti sono rimaste più impresse...
Ci sono casi particolari come Medea di Pier Paolo Pasolini girato, in parte, in piazza dei Miracoli ma dove la Torre non si vede quasi mai. I marmi bianchi partecipano al senso del film: Pisa diventa Corinto ed è il simbolo architettonico di una civiltà colta, consumistica e santa allo stesso tempo. Piazza dei Miracoli è scelta per alludere ad un periodo preciso, quello in cui comincia a svilupparsi e assumere potere la moderna borghesia. Un'immagine perturbante della Torre la si ha invece in Repulsion di Roman Polanski. Una cartolina della Torre pendente spedita dalla sorella in viaggio con l'amante accentua le ossessioni sessuofobiche della protagonista,  Catherine  Deneuve, facendo precipitare la situazione e scatenandone la follia.

"Non un campanile qualunque. Uno dei tanti in giro per il mondo. La Torre di Pisa è qualcosa che turba e attrae: perfetta e pendente allo stesso tempo, inconfondibile ed eterna nella sua assoluta fragilità. Un simbolo naturalmente fallico". Cito il testo del tuo libro per ricordare come a riguardo ci siano anche numerosi altri esempi di un utilizzo simbolico di tale immagine: dagli spot al viagra e ai condom ai numerosi film "scollacciati" degli anni Settanta...
Sì, ci sono anche molti spot, da quelli del viagra a quelli di Play Boy Italia, e manifesti con espliciti riferimenti di questo tipo. Nel manifesto della D'Addario, ad esempio, c'è il Colosseo che indica il potere politico e la Torre di Pisa il potere sessuale. C'è poi stato un periodo, dal 1968 alla fine degli anni Settanta, in cui Pisa veniva scelta come set per i film, con attori come Edwige Fenech  e Alvaro Vitali, appartenenti al genere della cosiddetta commedia erotica all'italiana, quelli che ne nel libro definisco film "scollacciati".

Graficamente l'Italia viene spesso identificata con la Torre di Pisa. Come dice Dario Marianelli nell'introduzione al tuo libro "che a diventare il simbolo universalmente riconosciuto dell'Italia dovesse essere una cosa storta, credo nessuno dovrebbe stupirsi"...
Sì, possiamo dire che la Torre, insieme al Colosseo, viene universalmente riconosciuta per rappresentare l'Italia, ne è l'immagine simbolo. Dai film di animazione a quelli indiani quando c'è un riferimento all'Italia, se non più in generale all'intero continente europeo, non manca mai la Torre di Pisa, spesso anche solo come simbolo grafico. Un simbolo molto efficace anche perché inconfondibile.

La seconda parte del libro è una interessantissima guida turistica, da te scritta insieme ad Alessandro Bargagna, Chiara Celli e Marianna Saliba, che si sofferma su particolari che l'occhio non coglie ma che la macchina da presa vedrebbe. La guida che chiami "itinerari cinematografici" ci fornisce moltissime informazioni sulla città di Pisa e anche sulla provincia...
Tantissimi stranieri quando arrivano a Pisa in piazza dei Miracoli scoprono che c'è dell'altro da vedere, che ci possono essere più itinerari. Quelli proposti nella guida sono supportati dall'elenco dei film girati in quei luoghi. C'è la necessità di spostare l'attenzione anche su tante altre cose oltre alla Torre. La scommessa era quella di far leva anche sul turismo cinematografico. Un'esperienza che se all'estero si è ormai consolidata e in Italia sta prendendo piede, a Pisa deve ancora iniziare.

A tal fine il tuo libro mi sembra possa costituire un ottimo inizio. A poco più di un mese dalla pubblicazione è sicuramente presto per fare bilanci, ma qual è la risposta che stai ricevendo?  
C'è un po' di curiosità e mi fa piacere, ho cercato di rendere il libro snello e di facile lettura. Il mio obiettivo era anche quello di accendere curiosità e fantasia e di spingere i lettori ad andare a vedere i film.  
Enrico Stampacchia

martedì 28 agosto 2012

Quella malattia ereditaria che chiamiamo invecchiamento

Sempre più longevi, ma sempre più vecchi. Nell'ultimo secolo la vita media è passata da quaranta a ottant'anni. Come è noto i fattori che provocano la scomparsa delle persone più anziane sono stati combattuti con successo. Ma se la cattiva notizia è che la velocità di progressione del processo di invecchiamento non è cambiata perché non è stata contrastata, la buona è che farlo è assolutamente possibile. La ricerca scientifica ritiene lo stile e le scelte di vita molto più influenti (70%) rispetto all'incidenza dei fattori genetici (30%). Si può quindi intervenire sulle cause dell'invecchiamento molto più di quanto ci si possa aspettare senza limitarsi ad arginarne le conseguenze esteriori attraverso il ricorso al chirurgo estetico. Palliativo utile, forse, al benessere psichico ma non altrettanto a quello fisico. Molti risultati degli studi degli ultimi vent'anni presso il Centro di Ricerca sull'Invecchiamento dell'Università di Pisa sono riassunti nel libro L'arte della longevità in buona salute pubblicato da Edizioni Ets di Ettore Bergamini, coordinatore del Centro, ordinario di Patologia generale dell'Università di Pisa e gerontologo noto a livello internazionale. "Sono questi gli studi – sottolinea Bergamini – che hanno consentito di comprendere i meccanismi di azione dei quattro principali interventi anti-invecchiamento ad oggi noti". Ovvero la restrizione dell'apporto calorico, l'esercizio fisico, l'assunzione di acidi grassi polinsaturi, l'assimilazione degli antiossidanti racchiusi in frutta e verdura. 
Secondo l'autore "i più recenti sviluppi scientifici confermerebbero le deduzioni dei filosofi antichi: tutti gli esseri viventi, nessuno escluso, sarebbero affetti da una malattia ereditaria cronico-degenerativa, che chiamiamo invecchiamento, caratterizzata dall'avere un periodo di incubazione così lungo da essere compatibile con il successo riproduttivo della specie". L'invecchiamento è da considerarsi quindi una malattia e non un fattore di rischio e le malattie associate  "segni e complicazioni che possono essere facilmente prevenuti contrastando il processo morboso fondamentale". Una definizione in linea con quella attuale di malattia e anche con l'ottimismo di fondo dell'autore: "Contro la fisiologia non ci sono cure, mentre molto può essere fatto, invece, contro le malattie innate". 
Per Bergamini "contrastando l'invecchiamento si prevengono tutte le malattie che attualmente rappresentano i peggiori flagelli dell'umanità e tormentano gli ultimi anni della nostra vita condannandoci alla fragilità, alla non autosufficienza", alla disabilità. D'altra parte l'aumento della vita media nell'ultimo secolo è stato così forte e così rapido da non poter essere determinato da mutamenti genetici. L'aumento della longevità è conseguenza solo di cambiamenti ambientali e non può essere considerato una conquista irreversibile. Ma per capire l'efficacia scientifica degli interventi bisogna aver chiaro in cosa consiste il processo di invecchiamento. Lo scorrere del tempo fisico lascia nelle cellule e nei tessuti del corpo delle lesioni. L'invecchiamento biologico è determinato sia dalla velocità con cui si producono i danni che dal funzionamento dei meccanismi di riparazione. Per vivere tutti gli esseri viventi hanno bisogno di produrre energia che in gran parte viene realizzata attraverso l'ossidazione degli alimenti che a sua volta produce radicali tossici dell'ossigeno, i ROS, i radicali liberi più diffusi (ogni nostra cellula ne produce 200-300 al secondo). Gli organismi viventi hanno sviluppato efficaci difese antiossidanti che, tuttavia, non riescono a bloccare tutti i ROS. Alcuni arrivano a proteine, lipidi e acidi nucleici provocando danni che possono, comunque, ancora essere eliminati attraverso meccanismi cellulari di riparazione. Non tutti, però. "Si calcola – afferma Bergamini – che ogni giorno giungano al nucleo di ogni cellula circa 10.000 radicali, che causano altrettanti danni (mutazioni) a carico del DNA". Di questi solo 9999 verrebbero riparati. "Ogni giorno si aggiunge ad ogni nostra cellula un danno non riparato del DNA, cioè una mutazione stabile; se sono colpiti geni che controllano la generazione cellulare potrà svilupparsi un tumore" altrimenti "la cellula potrà morire per apoptosi e, con la sua scomparsa, contribuirà a ridurre la funzione dell'organo e, quindi, all'invecchiamento". Così i quattro interventi per ritardarlo possono essere suddivisi in due gruppi sulla base del momento in cui agiscono. Mentre il controllo dell'apporto calorico, che opera a livello dei visceri, e l'esercizio fisico, che agisce su cuore e muscoli scheletrici, consentono la sostituzione delle componenti cellulari degradate attivando il processo di riparazione,  gli antiossidanti presenti in frutta e verdura, che agiscono in modo preventivo, e gli acidi grassi polinsaturi, che intrappolano i radicali liberi, proteggono dal danno ossidativo rendendo così le cellule più resistenti.
In un'epoca in cui sempre più spesso il medico riesce a evitare la morte ma non a restituire la salute, questo libro di divulgazione scientifica può rappresentare un valido contributo di conoscenza. Il futuro certamente non sarà del tutto nelle nostre mani, ma fa piacere pensare che, attraverso anche le nostre scelte di vita, lo possa essere il più possibile. Senza, però, illudersi troppo.
Enrico Stampacchia

martedì 31 luglio 2012

Città degli orti. Intervista al vicesindaco Paolo Ghezzi sull'esperienza pisana, modello per tutta l'Italia

Il cibo come “occasione per parlare di geografia, storia, biologia”, l’alimentazione come “materia di studio completa e complessa in cui la salute del pianeta è strettamente legata a quella dell’individuo”. Nel presentare l’ultimo numero di Locus, la rivista trimestrale di cultura del territorio edita da Felici editori sul tema Pisa, città degli orti, Carlo Petrini, fondatore e presidente internazionale di Slow Food, si riferisce al progetto ”Orto in condotta” che ha ormai superato le quattrocento esperienze in Italia. Un percorso a cui, dopo aver già realizzato in proprio il progetto un “orto in ogni scuola”, il Comune di Pisa ha aderito. Un’esperienza unica in Toscana ma anche in Italia, per un così elevato numero di orti nelle scuole tutti in ambito cittadino. Ne parliamo con Paolo Ghezzi, vicesindaco del Comune di Pisa con delega anche a parchi, verde pubblico e cura della qualità urbana.

Negli ultimi anni quando si parla di educazione alimentare si tende spesso a fare riferimento solo alla quantità di calorie. Non si parla quasi mai del legame tra cibo e identità culturale, poco di qualità e di sapori. Per Slow Food il progetto “Orto in condotta” rappresenta uno strumento didattico per conoscere il territorio i suoi prodotti, i suoi legami con le stagioni, le sue ricette. Come è stato introdotto nel territorio comunale di Pisa?
Nell’anno scolastico 2007-2008 venne ideato dal Comune di Pisa il progetto “un orto in ogni scuola”. Da subito furono raccolte decine di adesioni da parte delle scuole pisane. I 35 orti scolastici, dopo un’adeguata fase di formazione, furono realizzati dalle maestre e dai bambini delle scuole pisane con il supporto logistico dell’azienda agricola Pacini e della Cooperativa Terra Uomini e Ambiente e con il supporto formativo di Slow Food. Oltre ad imparare, zappettare, annaffiare e raccogliere i frutti del proprio lavoro, nel primo anno i bambini realizzarono anche migliaia di biglietti di auguri colorati messi in vendita per acquistare alberi da frutto da piantare nel giardino della propria scuola. L’anno successivo il progetto degli orti pisani si è evoluto ed è stato accolto nel progetto “Orti in condotta” della rete nazionale Slow Food formalizzata con la firma di un protocollo alla presenza di Carlo Petrini nel corso del convegno “Mai fragole a dicembre”. Un ingresso prorompente, tanto da costituire ancora oggi la più capillare diffusione di orti in ambito scolastico di tutta Italia.

Qual è stato il procedimento per realizzare gli orti?
C’è stata una naturale evoluzione nel tempo. Con sopralluoghi mirati nei giardini scolastici sono stati individuati i luoghi più adatti per accogliere l’orto prevedendo l’esecuzione in cassette nel caso in cui le condizioni non consentissero di utilizzare direttamente il terreno naturale. Alle classi sono state assegnati kit di attrezzi e semi per dedicarsi all’attività di orticultura. In alcune scuole sono stati distribuiti biocomposter per il trattamento di rifiuti organici, in altre sono state seminate windflowers per creare un prato di fiori spontanei. Percorsi specifici sono stati previsti per i racconti degli ortolani anziani, per il recupero di materiali e per il risparmio di risorse. L’attività è stata arricchita con temi ambientali e con percorsi proattivi per richiamare le farfalle nei giardini delle scuole. Direi un grande successo di un progetto semplice. Vedo, infatti, un'inversione di tendenza: per decenni c’è stato il fuggi fuggi, l’orto era sinonimo di arretratezza, di povertà. Ora si sta riscoprendo che la ricchezza è mantenere il rapporto con il territorio.

Un messaggio anche sul piano educativo…
C’è una filiera di valori che cerchiamo di recuperare anche, e soprattutto, con i bambini delle scuole. Uno dei messaggi principali che cerchiamo di trasmettere è che tutti devono e possono avere un ruolo nel processo di cura dell’orto: proprio come dovrebbe accadere nella società civile. Chi zappetta la terra ha bisogno, per vedere un buon risultato, di chi sparge i semi, di chi toglie le erbacce, di chi ogni giorno fornisce un po’ d’acqua. E’ una lovoro di gruppo e, se guardiamo bene, un ruolo non è più importante dell’altro: per arrivare in fondo ogni attività è indispensabile e va fatta con cura per non vanificare gli sforzi di tutti. E tutti devono avere rispetto del lavoro altrui. Questo vale nell’orto ma, più in generale, dovrebbe valere nella società. Non esiste una società che possa definirsi equilibrata e che aspiri a una elevata qualità di vita se non è in grado di valorizzare il lavoro di tutti. Siamo legati al ruolo che ciascuno di noi svolge. E’ una catena di gesti tutti ugualmente importanti. Non esiste un lavoro più dignitoso di altri e per un risultato finale di qualità difficilmente ci si può ritenere autosufficienti.

A cosa è dovuto un così grande successo?
Forse allo stimolo dell’immaginazione, ma soprattutto alla semplicità della proposta e ai tanti significati che essa racchiude. Dall’insegnamento ai bambini al ciclo delle stagioni e dei frutti che la terra mette a disposizione nei diversi periodi all’impegno per veder crescere i risultati del proprio lavoro; dal rispetto per l’ambiente comune all’educazione con esperienze dirette e ad un corretto ciclo di alimentazione. In generale l’attività nelle scuole vuole essere uno stimolo alla capacità di valutazione autonoma del bambino in controtendenza e da contrapporre alle infinite sollecitazioni mediatiche e di costume.

Sono nate anche le “Ortimpiadi”…
Sì, come progetto in collaborazione tra il Cus Pisa e l’associazione Orti pisani per promuovere la sinergia tra il piacere del movimento e dello sport ed il piacere di mangiare sano e buono. Dopo una prima edizione al Cus Pisa le Ortimpiadi sono state organizzate nel 2011 anche sul Ponte di Mezzo chiuso, per l’occasione al traffico, e reso verde con prati e piante. Si tratta di gare a carattere ludico-sportivo che coinvolgono sia le competenze fisiche sia quelle di orticoltura ed alimentazione dei partecipanti. Il progetto prevede oltre alla giornata finale con le gare, la realizzazione di orti presso la sede del Cus Pisa o in altre zone della città; la realizzazione di un percorso formativo di educazione allo sport e di educazione alimentare, collegato alla realizzazioni degli orti nelle scuole cittadine. Si impara giocando con “la corsa del cavolo”, con “rubaravanello” e con “il lancio della patata”.

Il Comune di Pisa ha anche istituito una giornata interamente dedicata ai temi dell’Orticultura?
Sì, con una delibera del 2010 è stato istituita, nella giornata internazionale dedicata all’Africa, il 25 maggio, una giornata che Pisa dedica ogni anno ai temi dell’orticultura coinvolgendo i bambini e le loro famiglie.

Dai risultati del progetto un orto in ogni scuola e poi un orto in condotta si è fatto carico di una ambiziosa iniziativa: promuovere l’educazione e la formazione agro-ecologica in alcune scuole della città brasiliana di Corumba con cui Pisa ha sottoscritto un patto di amicizia e solidarietà. Che risultati avete ottenuto?
C’è stato un percorso parallelo a Pisa e in Brasile con modalità e tempistiche diverse. Ciò aiuta i bambini e loro famiglie a comprendere meglio che ciò che cresce a Pisa non può crescere nello stesso momento a Corumba e che ogni territorio vive il suo tempo e la sua specificità alimentare che va preservata e valorizzata. Nello specifico, Corumbà è una città che vive sul piano sociale una situazione drammatica. L’obiettivo del progetto è quello di spezzare la catena che lega giovanissimi e criminalità attraverso la promozione all’interno delle scuole di attività di formazione relativa al settore agro-ecologico. In questo modo le famiglie, spesso con un bassissimo reddito, possono beneficiare direttamente delle attività del progetto. Nelle proprie abitazioni, gli orti possono divenire una fonte di sostentamento ed autoalimentazione. Il progetto ha avuto come scopo anche quello di mettere in rete i bambini delle scuole pisane con quelle delle scuole brasiliane. I contatti via web hanno costituito un ulteriore elemento di arricchimento del progetto.

Il Comune di Pisa ha redatto un disciplinare per potenziare la pratica degli orti sociali anche in città e non solo in alcune periferie. Finora l’aumento degli orti in città è stato particolarmente significativo?
Il disciplinare è stato redatto attraverso un lavoro lungo e multidisciplinare coinvelgendo direttamente anche gli ortolani al fine di razionalizzare, prima, le esperienze già realizzate come quella de I Passi e soprattutto del Cep e di crearne, poi, delle nuove. L'obiettivo è quello di dotare ogni circoscrizione di una realtà come quella esistente al Cep. Vanno individuate le aree ottimali e creati percorsi di investimento sociale ed economico. Per realizzare l'intero progetto ci vorrà la prossima consiliatura. I prossimi orti sociali previsti dovrebbero essere nella zona di via Norvegia anche se stiamo conducendo, con il contributo di Regione e CNR, uno studio per la localizzazione ottimale di queste aree anche da un punto di vista pedologico e della qualità dei terreni.

C’è chi sostiene che bisognerebbe superare l’attuale normativa che prevede la realizzazione di orti urbani nelle sole aree individuate come aree agricole urbane perché potrebbero essere realizzati anche nelle aree individuate come aree a verde attrezzato. Che ne pensa?
E’ un discorso molto complesso e delicato, è un’idea suggestiva ma effettivamente difficile da concretizzare nella sua realizzazione pratica. Bisogna far convivere esigenze diverse e c’è un limite oltre il quale è difficile trovare un equilibrio. Il problema delle responsabilità e di chi si prende cura degli spazi non è secondario e difficilmente lo si può delegare alla buona volontà di qualche volontario. Già in passato i percorsi non sufficientemente controllati hanno dato risultati deludenti e molto lontani anche dalle finalità per cui erano nati.

Siamo abituati agli orti come caratteristica della campagna o dell’estrema periferia spesso con recinzioni molto meno curate rispetto a quelle dei giardini. Magari per gli orti in città potrebbero essere maggiormente valorizzati elementi di arredo urbano come ad esempio delle belle recinzioni per le quali, a dire il vero, Pisa non si è mai particolarmente distinta.
Questo è un passaggio culturale che potrebbe davvero generare una svolta. La cura dell’orto deve recuperare la capacità di trasmettere sensazioni visive ed emozioni. Un orto curato, nella disposizione degli spazi e nella qualità degli arredi, descrive uno stato d’animo, un atteggiamento mentale, un rapporto sereno con quel che si sta facendo. L’orticultura può risultare anche un percorso efficace per recuperare serenità e per favorire socialità. L’estetica e la pulizia del luogo possono diventare, in questo senso, uno specchio eloquente del proprio equilibrio interiore e del piacere di aprirsi agli altri offrendo il meglio di sé.
Enrico Stampacchia 

mercoledì 13 giugno 2012

Incontri di un cronista delle lettere Presentato il nuovo libro del gionalista letterario Giovanni Nardi

Una galleria di ricordi e di emozioni, di fuori scena raccontati da un “cronista delle lettere”. Icone della letteratura quali Jorge Amado, Tiziano Terzani, Roberto Ridolfi, Vargas Llosa, Enzo Biagi, Adonis, Karen Blixen, Tomas Tranströmer conosciuti nel corso della lunga carriera professionale di giornalista e rivelate nel loro genio e nella loro dimensione umana. Nobel, quasi Nobel, non Nobel. Incontri di un cronista delle lettere è il nuovo libro di Giovanni Nardi,  tra i più stimati giornalisti letterari, per molti anni responsabile centrale dei servizi culturali del quotidiano  La Nazione, dopo averne diretto, dal 1964 al 1982, la redazione pisana. Pubblicato da Felici editori, il volume è stato presentato (per la seconda volta a Pisa) nell’ambito delle manifestazioni del Giugno pisano da Marco Santagata, critico letterario e docente all’Università di Pisa, Silvia Panichi, assessore alla cultura del Comune di Pisa, Mauro Del Corso, presidente associazione amici dei musei,  Renzo Castelli, giornalista, e Athos Bigongiali, scrittore e giornalista.

Come scrive Athos Bigongiali nella prefazione è “un libro confidenziale, un diario intimo, un’amabile  confessione di vicende professionali e di vita vissuta a fianco di tanti libri e dei loro autori”. Per Bigongiali “ogni incontro è una sorpresa. E’ il regalo inaspettato di una curiosità, di un aneddoto, di un episodio particolare e inedito”. Incontri narrati non come “mere cronache” ma come occasioni “per ulteriori riflessioni, approfondimenti, ricerche e veri e propri esercizi di memoria” senza “mai un pettegolezzo però”. Leggendo il suo libro, Nardi ci dà un esempio di quel che dovrebbe essere il mestiere di cronista. Un esempio che troviamo sempre meno frequentemente sfogliando pagine di giornali molto piene di gossip, ma poco di informazione su fatti, vicende e personaggi. Sul tema del giornalismo Nardi racconta nel libro le sue conversazioni con Terzani che sosteneva: “è un mestiere, ma non come tanti. Non è una cosa che fai andando a lavorare alle 9 del mattino e uscendone alle 5 del pomeriggio; è un atteggiamento verso la vita che muove dalla curiosità e finisce per diventare servizio pubblico: è missione. E senza missione non è un mestiere da fare”. In Italia, invece, Terzani avverte “una contiguità, un ossequio, un servilismo nei confronti del potere che sono il contrario di quel concetto di ‘quarto potere’ che dovrebbe caratterizzare il lavoro del giornalista“. 

Secondo Santagata è significativo il sottotitolo del libro “incontri di un cronista delle lettere” perché “Nardi è stato il cronista principe di questa città e anche quando è passato alle pagine culturali non ha smesso di essere cronista, un cronista della cultura” che nel raccontare la storia degli altri “si astiene da giudizi di valore”. Così come “si astiene da graduatorie e classifiche” perché non si può “sezionare e incasellare la letteratura se la letteratura è vita”. I personaggi sono “quasi tutti accomunati da essere uomini di mondo”, girovaghi a volte esiliati per motivi politici ma mai “in una condizione di sradicamento”. Si può viaggiare per il mondo, “non avere una patria ma avere lo stesso un’idea di appartenenza”. Per Santagata la fedeltà ai luoghi “presuppone un’altra fedeltà che è ancora più forte, quella della memoria che rappresenta un tema “molto presente nel libro”. Attraverso le storie di quei personaggi Nardi “disegna un suo autoritratto”, si nasconde “dietro gli altri per dire quel che pensa”. Fa il cronista, mestiere sempre più spesso dimenticato.    
Enrico Stampacchia

lunedì 11 giugno 2012

L'arte e la scuola che non c'è. Un libro racconta l'esperienza di Ilario Luperini

Motivo profondo della comunicazione, ricerca intorno ai significati e ai valori delle cose, momentanee verità non vincolate alle esigenze strumentali del mercato e della moda. La riflessione sull’arte nelle sue molteplici manifestazioni e soprattutto sull’importanza dei valori vformativi dell’educazione artistica è al centro del nuovo libro di Ilario Luperini L’arte e la scuola che non c’è pubblicato da Edizioni Ets e presentato giovedì 7 giugno nella sala, gremita per l’occasione, del Consiglio dei Dodici in piazza dei Cavalieri da Lucia Tongiorgi Tomasi e Alberto Batisti con l’introduzione del presidente del consiglio comunale di Pisa, Titina Maccioni, del dirigente scolastico del Liceo “F. Russoli” di Pisa, Gabriella Giuliani, e con il saluto del sindaco di Pisa, Marco Filippeschi, del presidente Fondazione Cavalieri di Santo Stefano, Umberto Ascani, del presidente dell’Associazione Amici dei musei e dei monumenti pisani, Mauro Del Corso.

Preside per ventitré anni, dal 1983 al 2006, dell’Istituto Statale d’Arte (oggi liceo) Russoli di Pisa, che quest’anno festeggia il cinquantesimo anniversario della sua fondazione, Luperini nel suo libro riesce molto bene a tenere insieme i risultati di questa esperienza con una riflessione sull’arte e sulle caratteristiche che dovrebbe avere un buon sistema formativo, quella scuola che in Italia non c’è, o almeno, ci piacerebbe poter dire, non c’è ancora.

Luperini particolarmente attento agli aspetti pedagogici, parte “da una constatazione: la prima componente che entra in causa nell’arte del disegno è la mano”. Sebbene vi siano “prove inconfutabili sul fatto che la nascita e lo sviluppo dell’intelligenza umana” abbiano avuto origine con la trasformazione degli arti superiori, “si è sempre ignorato il ruolo cognitivo che le attività della mano svolgono”. Per Luperini “sembra ormai accertato” che, nel processo di apprendimento, “il percorso verso l’autonomia critica parte” dal “sapere come”, quello operativo-performativo, e arriva al “sapere perché”, quello di una conoscenza di carattere esplicativo, attraverso il “sapere che”, ovvero quello di una conoscenza di tipo descrittivo.

Nel libro di Luperini si dimostra come “la questione dei valori formativi dell’educazione artistica” possa risolversi “solo a condizione che non sia mai scisso il momento storico-critico da quello operativo”. Una formazione incardinata sulla creatività, che “non deriva solo dall’intuito ma anche da conoscenze sistematiche” necessarie a gestire la progettualità, “non può che basarsi sull’attività produttiva, cioè sulla partecipazione attiva alla produzione culturale e non solo sulla semplice accettazione, seppur critica, di elaborazioni, ricerche e scoperte sviluppate da altri”. Potenzialmente la scuola artistica mette gli allievi in una condizione di immaginare, progettare, “trasformare un’idea in un oggetto”.

Luperini passa anche in rassegna le esperienze realizzate sul territorio. L’autore osserva che se i lavori dei ragazzi hanno dimostrato “estrema originalità di approccio e grande varietà di realizzazione”, il motivo dipende dal fatto “che durante tutto il percorso sono sempre stati invitati a far riferimento all’esperienza concreta, all’osservazione consapevole e analitica e a come la propria esperienza entrava in relazione” con quella degli altri “e con gli spazi e le realtà circostanti”.
 
“L’istituto d’arte Russoli – ha sottolineato Filippeschi – rappresenta un’esperienza di sperimentazione nazionale. Pisa è la città delle esperienze di riferimento nazionale nel sistema formativo. Un patrimonio costruito dall’impegno culturale e civico. Questo libro è un manuale dell’impegno: ci sono le idee e ci sono le esperienze”.
 Enrico Stampacchia

venerdì 8 giugno 2012

Saint Gobain 1889-1983: un secolo di industria, lavoro e società a Pisa nel libro di Renato Bacconi

La fabbrica, la città, il lavoro: la storia di un insediamento produttivo, ma anche la storia del contesto in cui si sviluppa. Renato Bacconi, già segretario della Camera del Lavoro di Pisa dal 1981 al 1990, una lunga carriera di militanza sindacale, ha pubblicato in questi giorni per la casa editrice della Biblioteca Serantini il libro Saint Gobain. Un secolo di industria, lavoro e società a Pisa (1889-1983) che sarà presentato venerdì 8 giugno alle ore 17.30 presso la CGIL-Camera del lavoro provinciale da Gianfranco Francese, Cgil, Michele Battini, Cristiana Torti e Mauro Stampacchia, dell’Università di Pisa, Paolo Ghezzi, vicesindaco del Comune di Pisa, oltre che dall’autore.
Presente a Pisa sin dall'ultimo decenio dell'Ottocento, dagli anni cioè del vero decollo industriale italiano, la Saint Gobain, la fabbrica per antonomasia della città, è una fabbrica francese, le cui origini, seppur con un nome diverso, risalgono al XVII secolo. L’insediamento produttivo porta a Pisa metodi di lavoro in grado di superare quello del “maestro soffiatore”, si avvale di tecnologie all’avanguardia e cresce rapidamente nel suo insediamento di Porta a Mare diventando un luogo essenziale della industrializzazione pisana.
Pisa è città sede, come scrive Bacconi, di "un composito e esteso universo sociale formato sia dal popolo dei mille mestieri, instabili e precari, insediato nelle aree più degradate del centro storico, sia da una larga parte degli strati artigianali e dei nascenti nuclei di lavoratori di fabbrica". Storici come Lorenzo Gestri, Umberto Sereni, Alessandro Marianelli, Franco Bertolucci hanno tracciato il quadro: anarchici e repubblicani che esprimono il naturale ribellismo, profeti del "liberato mondo", socialisti che lavorano alla organizzazione del lavoro e del sindacato. Bacconi, scrivendo la storia di un secolo, ha il pregio di presentare la materia in forma divulgativa, ma non priva di spunti analitici importanti. L’autore indaga a fondo tutti i contesti nei quali si situa la vicenda della Saint Gobain, raccontando insieme la storia di una industria, e di una città, del mondo del lavoro e della società cittadina, con un contributo prezioso allo studio della storia di Pisa nel Novecento.
Scrive nella prefazione Maurizio Antonioli: "raccontare la storia della Saint Gobain a Pisa significa ripercorrere le tappe principali dello sviluppo industriale italiano e della lotte per la conquista dei diritti dei lavoratori". Renato Bacconi è stato protagonista e testimone delle vertenze sindacali della Saint Gobain del secondo dopoguerra, ma non scrive solo nella modalità della memoria, abbraccia piuttosto gli strumenti della ricerca storiografica, esamina documenti e archivi, racconta vicende e passaggi essenziali, costruisce un ampio ed efficace affresco. La sua partecipazione al mondo del sindacato e del lavoro dà alla sua narrazione la capacità di tratteggiare sentimenti e comportamenti del mondo operaio, dall'interno di quel mondo.

lunedì 4 giugno 2012

Officine della follia Il libro sul manicomio di Volterra

Addestrare al lavoro ripetitivo, ammansire, ma spesso anche assopire ogni istinto vitale rendendo incapaci di opporre resistenza ai voleri altrui, “di esprimere i propri malesseri attraverso parole, suoni o urla”. L’obiettivo della “progettazione di un uomo nuovo” propria dei fondatori del  moderno paradigma psichiatrico e dell’istituzione manicomiale “veniva in parte raggiunto”. Un uomo nuovo, un uomo “istituzionalizzato” che era “però spesso ridotto ad un simulacro di se stesso”. Docile, ma di una “docilità che non è neppure in grado di esprimere valori positivi”, di una “docilità che equivale al non essere”.
Il libro Le officine della follia – Il frenocomio di Volterra (1888-1978) di Vinzia Fiorino pubblicato da Edizioni Ets sarà presentato lunedì 4 giugno alle ore 17.30 presso la sala consiliare dell’Amministrazione provinciale in piazza Vittorio Emanuele da Silvia Pagnin, assessore alla Cultura della Provincia di Pisa, Massimiliano Casalini, consigliere provinciale, Roberto Cappuccio, psichiatra, psicoterapeuta e con la partecipazione della stessa autrice.
Il volume non si limita a denunciare le finalità di una logica manicomiale più interessata alla custodia, e a mantenere alto il numero dei degenti, che alla cura e al reinserimento. Non è la fotografia di una situazione statica. Ripercorre i novant’anni di storia del manicomio di Volterra e ricostruisce in modo dettagliato le evoluzioni (e anche talora le involuzioni) e le caratteristiche originali che l’hanno contraddistinto, dalla sua nascita come cronicario, alle esperienze d’avanguardia negli ultimi anni precedenti alla dismissione. Frutto di una ricerca accurata, proposta dall’autrice alla Provincia di Pisa e pubblicato con il contributo della stessa, il libro descrive molto bene l’esperienza della struttura manicomiale di Volterra in rapporto anche ai modelli culturali che l’hanno legittimata, ma anche le storie, i singoli casi umani di chi vi ha abitato.
L’ergoterapia, la terapia del lavoro  ha contraddistinto la storia del manicomio di Volterra.
Introdotta da Luigi Scabia, direttore del frenocomio per trentaquattro anni a partire dal 1900, la terapia del lavoro prevedeva che all’interno del maniconio-villaggio open door, “una sorta di piccola città indipendente fondata sul contributo lavorativo di tutti” dove poter girare liberamente “nei viali così come nelle strade della cittadina volterrana”, si coltivasse, si fabbricasse, si producesse. Il lavoro è parte del progetto terapeutico e le esperienze lavorative si estenderanno anche al di fuori della struttura (basti pensare agli scavi che negli anni Cinquanta “porteranno alla luce l’antico teatro romano di Volterra”).  
Il termine “officine”, significativamente inserito nel titolo dall’autrice, ha, però, anche un altro significato metaforico. L’obiettivo per incrementare la popolazione, che nel 1940 raggiungerà il suo massimo con 4547 presenze, era quello “di accaparrarsi fette sempre più importanti di un incredibile mercato, quello dei soggetti in esubero dei vari manicomi italiani”.
Una politica fatta di convenzioni con il maggior numero di Province italiane determinerà l’afflusso di pazienti da aree lontane. A prevalere saranno le ragioni istituzionali prima ancora di quelle determinate dal dibattito scientifico dell’epoca. Se in precedenza l’esigenza dei legami affettivi e delle relazioni tra le famiglie e le istituzioni manicomiali avevano primeggiato, “per i soggetti che giunsero a Volterra in seguito a convenzioni” le mediazioni con le famiglie sarebbero state molto esigue o del tutto inesistenti.
Tuttavia dopo la lunga direzione Scabia, negli anni Trenta le esperienze terapeutiche successive si allineeranno con quelle in uso sul resto del territorio nazionale durante il periodo fascista: malarioterapia, insulinoterapia, elettroshock, lobotomia. Nel secondo dopoguerra l’ergoterapia continuerà ad essere praticata, “ma subirà un notevole declassamento: da pratica terapeutica principale” sarà indicata “solo nella fase precedente alle dimissioni, quindi come una sorta di terapia-cuscinetto che prelude il reinserimento del paziente nella vita civile”. Oltre a quelle scioccanti, già in auge, le nuove vere terapie saranno quelle farmacologiche.
Le evoluzioni più significative si affermeranno a partire dagli anni Sessanta quando inizierà ad emergere il tema del reinserimento dell’ex degente, ma sarà solo nel decennio successivo che muterà completamente la concezione stessa del malato: “i quadri diagnostici cominciavano a restare sullo sfondo , mentre le indagini psicologiche, le relazioni familiari, le condizioni materiali acquistavano un inedito rilievo”. Considerare i ricoverati non più oggetti di controllo, ma soggetti di relazioni sociali e di bisogni “ha significato sovvertire lo spazio manicomiale”.
La stessa ergoterapia iniziò ad essere respinta perché non era concepita come strumento dell’affermazione della propria personalità, un mezzo per fare apprezzare il proprio talento.
Il lavoro per il lavoro, invece, contribuisce solo ad accentuare un processo di disgregazione e a ridurre gli stessi internati, ancora una volta, a informe massa operativa. 
“Il riconoscimento del malato come soggetto di autodeterminazione è stata la più importante delle rivendicazioni portate avanti dal movimento che in qualche modo faceva riferimento a Franco Basaglia” e che nel 1975, tre anni prima dell’approvazione della legge 180, porterà anche a Volterra alla trasformazione dell’ospedale in comunità terapeutica. 
Enrico Stampacchia 

Fonte: http://www.pisainformaflash.it/notizie/dettaglio.html?nId=10621